Bettina corse a chiamare il vecchio fattore che abitava al piano terreno; egli si svegliò brontolando e salì tremando le scale.
Ma, affacciatosi appena all’uscio della camera, e visto quel corpo così buttato in un gomitolo, col viso sulle quadretta, sclamò colle mani giunte:
— Gesù, Gesù, egli è morto in disgrazia di Dio.
E scappò a precipizio facendo dei gran segni di croce.
Bettina si fe’ coraggio; allora, rassicurata dall’immobilità del marito, gli si accostò, raccolse le sue forze, gli sollevò il capo, lo appoggiò contro il letto. Era tutto ciò che poteva fare da sola.
Non chiese l’aiuto di Riccardo. Le ripugnava istintivamente ch’egli toccasse il cadavere dell’uomo da lui offeso? Chissà!
Rassettatolo così alla meglio, discese, sedette sullo scalino della porta, e intontita, senza pensiero, cogli occhi fissi nel cielo dove impallidivano le stelle e spuntava il giorno dietro a una densa cortina di vapori, stette aspettando che passasse qualcuno. Uno degli assistenti di suo marito capitò finalmente, il quale accettò l’incarico d’avvertire il prete e il medico.
A mezzodì l’atto di decesso era redatto, e il becchino di Battipaglia inchiodava il cadavere nella cassa. Durante la lugubre operazione Bettina rimase seduta nel vano della finestra; mentre le ripassava nella mente la galoppe furiosa danzata insieme con Giovanni nella camera in via Nizza due anni prima.
Le passò vicino Riccardo: ella gli fe’ un sorriso melenso.
Vide senza piangere scomparire sotto la tavola di pioppo appena dirozzato quel volto così buono, indulgente per lei, sul quale la morte aveva lasciato le tracce di un’ultima tenerezza; una tenerezza orribile ed immensa.