— Eppure, caro mio, c’è un modo di spiegar tutto questo. — Poi, al momento bono quando io attendeva con la più viva ansietà le sue spiegazioni, impensieriva e parlava d’altro. Io restavo mortificato; e una volta glielo dissi.

Il cavaliere mi prese pel braccio e arrestandosi come per mettere i nostri spiriti a più stretto colloquio:

— Credi tu, disse, che la nostra esistenza cominci qui? io non lo credo, e sono convinto invece che si principia tutti eguali, e che le disuguaglianze dinotino i passi fatti.

Fui scosso dalla sicurezza delle sue parole.

— Ma come va, soggiunsi, che non abbiamo alcuna memoria di questa.... esistenza anteriore?

— Non abbiamo precisamente delle memorie, ma bensì degli istinti, delle inclinazioni.... quasi dei ricordi. Quando ero ragazzo avevo in me tutto un mondo morale e metafisico che poi s’è dileguato. A dodici anni una volta ch’ero chiuso per castigo nella biblioteca dello zio canonico, mi capitò in mano il trattato di Cousin sulla logica di Kant: lo apersi per distrazione e ne lessi qualche riga, sbadato: — cosa strana! — conoscevo quelle frasi — il ragionamento dell’autore, mi veniva in mente quasi colle stesse parole prima ch’io le leggessi sul libro, e non avevo mai visto nulla nè di Cousin nè di Kant, non sapevo chi fossero.... Mi sentivo poi degli istinti cattivi assai più che adesso e mi consolo di averne vinti parecchi. Non è vero che l’uomo nasca sempre innocente. Avevo (lo crederesti?) una grande tendenza al furto. Non ho mai rubato, non ho mai avuto bisogno di rubare pur uno zuccherino, si prevenivano tutti i miei desiderii. Ma non era il desiderio che mi tentasse; era, sto per dire, l’abitudine contratta Dio sa dove, certo non nella mia casa, casa onorata da molte generazioni di rigidi magistrati. Il furto non era per me che l’arte per l’arte: un ideale senza pratica applicazione. Passavo delle ore a macchinare dei piani per nascondere delle rapine immaginarie, e da malato, il mio incubo persistente era quello di credermi perseguitato dalla polizia....

Ho poi molto pensato alle parole del cavaliere, lessi un’intera biblioteca di libri mistici e mi avvidi che quelle idee non erano nè tanto nuove nè tante singolari. L’Oriente n’è stato e n’è ancora tutto compreso: dalle sue mistagogie nuvolose e profonde derivarono spesso in ogni tempo degli sprazzi luminosi nelle religioni e nelle filosofie della nostra Europa, massime del settentrione.

Poco alla volta le faccende giornaliere ed obbligatorie, gli interessi della mia rustica clientela mi distolsero da quelle meditazioni: avviene a chi progredisce nella vita come a quello che scende in una valle — i cespugli gli tolgono la vista delle alture lontane.

Da parecchi anni non ci pensavo più, quando un caso strano venne a rammentarmi i discorsi tenutimi dal cavaliere G... nelle sere d’ottobre sotto il pergolato del suo orticello.

Un giorno in Asti m’imbattei in un mio carissimo compagno d’infanzia che da gran tempo non aveva più veduto. Era Gustavo Michis, il figlio del presidente. Egli mi fece un mondo di feste e mostrò gran piacere di trattenersi qualche ora con me. Mi disse che non aveva che fare, ch’era venuto dalla sua villa di Canelli in città per isvagarsi: diffatti aveva una cera smunta come uscisse allora di malattia. Io avevo un processo in tribunale: venne meco, assistè al dibattimento, ed aspettò ch’io fossi libero per uscire con me. Quella sera dovetti trattenermi perchè il processo non era finito e mi rimaneva da far l’arringa l’indomani. Gustavo mi fe’ l’offerta di rimanere a tenermi compagnia, offerta che accettai di gran cuore. Io volevo alloggiare all’albergo Reale, ma egli propose il Leon d’oro, e benchè io gli dimostrassi quanto fosse incomodo per la grande affluenza dei carrettieri, tanto insistè che dovetti compiacerlo. Passai con lui una sera deliziosa, a riandare le memorie della nostra vita di collegio. Ma credo di aver fatte quasi da solo le spese della conversazione: il mio amico Gustavo pareva ascoltarmi, quando io aveva finito un discorso, egli mi porgeva con premura il bandolo di un altro che a dir il vero, non legava sempre con quello di prima. E riempiva il mio bicchiere e più spesso ancora il suo. Quando si è in due soli si scivola facilmente nel serio: dato fondo alle reminiscenze, venni a parlare della mia vita e dei miei poveri disegni di avvocato di provincia. E poi chiesi a Gustavo: