— E tu come te la passi? allegramente, secondo il solito?
Egli mi diè un’occhiata singolare, poi chinò il capo sulla tavola.
— Cosa conti di fare?
— Nulla, — rispose, si passò le palme sul viso, tacque un pezzo, poi mormorò sottovoce come parlasse fra sè: — Oh se questa espiazione finisse!...
— Espiazione!... quale? — esclamai io meravigliato.
Non disse altro; pareva assorto in tristi riflessioni.
Era tardi e mi alzai per recarmi a letto. Gustavo era turbato, mi pregò vivamente di passare la notte nella stessa camera con lui.
Durai fatica a prender sonno; non finivo di pensare al cambiamento che avevo notato nell’amico.
Gustavo Michis, chi l’ha conosciuto alcuni anni addietro, era un ragazzo niente affatto strano, pareva allora quel che paiono tanti altri della sua condizione, un giovinotto che viveva proprio da giovinotto, facendo a divertirsi il più che potesse, aveva un padre vecchio, proprio dei vecchi, che si sforzava inutilmente di farlo lavorare: aveva preso la laurea in diritto come troppi altri, studiava poco, fumava molto; era sano, florido, gioviale e piuttosto volgaruccio; ma aveva su noi una grande superiorità che gl’invidiavamo furiosamente: aveva delle amanti, frequentava la società leggera dove incontrava moltissimo per il suo buon umore, il suo gaio cinismo, i suoi aneddoti scabrosi. — Così l’avevo lasciato a Torino: ed ora stentavo a ravvisarlo sotto quel suo pallore, quelle sue distrazioni e quelle sue preoccupazioni. Non sapevo cosa dirmi.
L’indomani, in tribunale, il mio procuratore, indicandomi Gustavo che stava dietro di noi a qualche passo, mi chiese se fosse il figlio del presidente Michis e soggiunse: