Era l’ora della cena e fe’ servire senz’altro.
Gustavo, stanco e un po’ stordito, a tavola parlò poco: invece parlò per due il cugino, che, come tutti gli uomini attivi, provava un forte bisogno di discorrere di sè e delle cose sue. Egli contò tutti i suoi affari e i suoi progetti. Peyrat aveva gran copia degli uni e degli altri. Egli era uno dei più belli esempi di quella pertinace operosità e intelligenza pratica dei montanari, che, se la lasciate fare, ha per meta sicura la ricchezza: prima lavorante, poi assistente, poi imprenditore di strade ferrate, aveva ammassato una considerevole fortuna. E non aveva scordato il suo paese: i montanari non lo scordano mai; il loro sogno è di finir ricchi la vita nel paese, e, se è possibile, nella stessa casa, dove poveri l’hanno incominciata.
La signora Edvige era il vero ritratto fisico e morale di suo padre, a cui serviva di confidente e di segretario privato. Essa s’intendeva quanto lui di gradi di inclinazione e di sussidi chilometrici, e quando parlava era per rettificar qualche cifra e mettere qualche data alla lunga enumerazione di contratti che quella sera snocciolò il signor Peyrat. Del resto era una figura comunissima; alta, bionda, di fattezze regolari, ma senza leggiadria: di colorito sano e giovanile, — tutto sommato, un buon temperamento.... e nulla più.
La Krimilth non venne a tavola e nessuno parlò di lei.
A sbrigar l’affare per cui Gustavo era venuto occorrevano certi istromenti; e bisognò mandarli a prendere fino ad Aosta e aspettar che venissero: il giovine dovette dunque trattenersi.
Egli non era troppo soddisfatto. Per sottrarsi alla monotona loquacità di Peyrat e ai misurati commenti dell’Edvige faceva delle lunghe passeggiate nei dintorni: e in queste corse solitarie pensava con viva curiosità alla Krimilth; — da cinque giorni non aveva inteso nulla di lei. Aveva tentato di chiederne alla fantesca, ma questa non aveva risposto altrimenti che con un sospiro che esprimeva il più profondo rincrescimento di non poter dir nulla.
Lo accompagnava per la montagna Karl, una specie di fattore del signor Peyrat, un giovinotto sui venticinque anni, alto, biondo e taciturno. Una volta Gustavo gli fe’ parola della fanciulla misteriosa, ma egli o non intese o non volle rispondere.
Però l’indomani fu assai più cortese. Erano andati insieme al laghetto di Gabiet: lasciato il sentiero, discesero per un dirupo sulle sponde del piccolo bacino, che è incavato nel sasso vivo ed ha le rive nude dappertutto fuorchè dalla parte di tramontana dove il torrente che scende dal ghiacciaio di Cappa ad alimentarlo ha formato un sedimento argilloso, qualche pertica di terreno vegetale che si copre nei mesi d’estate d’erba minuta ed aromatica: è, a guardarlo dall’alto, un piccolo tappeto verde chiuso in giro da una zona di rododendri e incorniciato più su da una rada fila di neri abeti delle Alpi. La riva è colà un po’ paludosa e vi crescono dei giunchi e delle piante palustri. Alcune ninfee schiudevano i loro primi fiori, delle grandi stelle candidissime.
Il montanaro Karl era disceso nel pantano per raccoglierli, ma Gustavo, fu lesto a tirarli a sè coll’uncino del proprio alpenstok e li prese lui.