Il cugino gli diè sulla voce, lo pregò di osservare che quell’aria conferisce meravigliosamente alla digestione, e per conseguenza è salutare a tutti gl’infermi, compresi gl’innamorati. Così dicendo ammiccava malizioso.
Gustavo impallidì; — ma Peyrat lo rassicurò protestando che non l’avrebbe restituito alle sirene torinesi prima d’averlo sanato del tutto e corazzato contro le loro malìe. Soggiunse che intanto, pel domani, egli aveva progettata una gita coll’Edvige a Macugnaga a trovar un amico, e che doveva di fatto venirci anche lui.
Gustavo non potè rifiutare.
Passò una brutta notte; non potè levarsi un minuto dalla fantasia l’immagine di Krimilth, trasfigurata come l’aveva vista la sera prima; pazza o veggente, quelle sue parole strane gli tornavano alla mente e invano si sforzava di persuadersi ch’erano delirii. Un dubbio spaventoso lo assaliva: — se fosse pazzo anche lui o stesse per diventarlo? Bisognava fuggire.... — Eppoi cos’era quel nuovo sentimento? — era forse invaghito sul serio di Krimilth! oh assai più che invaghito! E a cosa poteva condurlo quella passione? Egli già non poteva farsi gioco di lei, di una povera disgraziata.... e allora? Che fare? sacrificare tutta la sua vita! Dio buono, ma come resisterle?... bisognava fuggire, bisognava fuggire senz’indugio.
Divisò partire, appena tornato da Macugnaga. Anzi non sarebbe neppure tornato, ma sarebbe disceso dalla parte di Lagna.
L’indomani si pose per via col cugino e coll’Edvige. Ma, a qualche centinaio di passi, rovinò per uno scheggione e si scorticò un piede in guisa da non poter proseguire.
Il signor Peyrat e la figlia volevano tornare indietro; ma Gustavo, tutto mortificato, lo pregò di andare a Macugnaga senza lui, e si fe’ accompagnare a casa da un ragazzo.
Fu una giornata lunga un secolo, senza fine e senza riposo. Non poteva uscire; e di star solo non si fidava. Era inquieto e infinitamente triste.
Verso sera discese nel tinello e si provò di appiccare discorso colla fantesca, che gli serviva la cena. Ma costei, vecchia zotica e superstiziosa, con una cera lunga da funerale, non gli rispondeva che con dei gemiti lugubri, con dei sospiri d’anima in pena. Quando ebbe sparecchiata la mensa, borbottando le sue preghiere, gli diè la buona notte — guten Abend — e si ritirò.