Il barone si voltava qualche volta e s’intrometteva nei loro discorsi. Si sa che non era possibile parlare in presenza sua di una cosa bella, preziosa — sopratutto costosa — senza ch’egli venisse fuori a vantarsi d’averne una dello stesso genere infinitamente più bella, più costosa: — egli faceva venire i suoi tappeti da Smirne e da Teheran, le sue sete da Yeddo, i suoi cavalli dall’Holstein o dal Magreb, — gli aranci da Milis, le carte da Londra e i fiammiferi da Moncalieri. Le sue millanterie erano spasso inesauribile della società e prova gustosissima a cui si cimentava di solito la pazienza dei nuovi, ignari della sua bizzarria. Quando essi cominciavano ad irritarsi li si avvertiva e si rideva insieme. Ma quella sera la scena era andata un po’ troppo in là. Il barone quando perdeva, beveva — e quando beveva diventava più loquace del solito. Egli aveva già interrotto tre volte il Carminati: e questi senza scomporsi l’aveva rimbeccato così lepidamente che quei piacevoloni ci avevano preso gusto.
Finalmente il pittore prese a contare le meraviglie di una modella che aveva tolto a Capri.
E il barone daccapo a tentennare e a dimenarsi sulla sedia.
Allora l’altro che incominciava a perdere la pazienza, lo apostrofò, dicendo:
— Scommetto che lei sente il bisogno irresistibile di confidarci che ha qualcosa di meglio della mia Nunziata.
Il barone fe’ cenno di sì.
— Senza complimenti, cos’è? Venere Afrodite per lo meno... che senza dubbio lei ha acquistato all’incanto dell’Olimpo.
Risero tutti. Ma il barone, serio come un uomo che ha misurato esattamente tutta la capacità del proprio ventricolo, s’alzò, venne, barcollando un po’, a piantarsegli davanti colle braccia conserte, e disse:
— Io posseggo — scherzi a parte — la più bella persona del mondo.
Un coro di burlesca ammirazione rispose a queste parole.