Balzata da quel mondo medioevale, nelle futilità e nel sensualismo della vita moderna dei ricchi, si era raccolta, rinchiusa in sè stessa e l’ozio aveva irritate le tendenze immaginose del suo spirito.

Tutti i suoi pensieri spiccavano sopra un fondo di cupa malinconia, che ella si sforzava di dissimulare con un umorismo triste.

I suoi discorsi non erano mai piacevoli, mai allegri e schiettamente sereni, ma vivaci e spesso arguti. Ella vedeva e giudicava le cose con dei criterii tanto bizzarri ed originali!

Aveva delle ingenuità primitive condite di un cinismo selvaggio.

Un giorno condusse Zaverio sul terrazzo che guardava sul golfo.

In mezzo a quella gioconda meraviglia di paesaggio che il raggio del tramonto coloriva di una vaga tinta rosea, loro due erano tristi come se tutto il dolore dell’universo si fosse rifugiato sotto quelle loro fronti pallide.

Passò rasente la riva un canotto che solcava lentamente l’onda placida, unita. V’erano dentro due giovani, due innamorati, forse due sposi. Egli tuffava i remi a intervalli ineguali e ogni volta, rovesciandosi indietro, posava il capo in grembo a lei che stava seduta a prua, e i loro sguardi si incontravano e i loro sorrisi: le labbra sussurravano parole che il fiotto dell’acqua e il tuffo dei remi discretamente coprivano.

— Che cosa dicono? domandò donna Vittoria toccando il braccio a Zaverio e indicandogli il canotto.

Egli non ardì rispondere, la guardò maravigliato; ma ella restò seria, seguì coll’occhio la voluttuosa navicella finchè ebbe svoltato dietro gli aranci del capo.

Il sole scendeva dietro Capri, la notte saliva rapidamente dietro Sant’Elmo.