La baronessa soggiunse:
— Che commedia! A quest’ora sono stufi l’uno dell’altra.
Mezz’ora dopo il canotto ripassò più lento di prima: i due giovani cantavano a mezza voce una cantilena francese: qualche volta la donna sbagliava il verso, l’uomo sbagliava la remata e rideva, ridevano tuttedue e v’era in quel riso una beatitudine infinita: pareva che il cielo e il mare stessero silenziosi ad ascoltarli.
Donna Vittoria si ritrasse bruscamente.
— Ci credete voi alla felicità? disse poi rientrando in sala, io non sono mai stata felice. Perchè, se vi è contentezza al mondo io sola devo esserne priva? Ma non ci credo: non c’è. Ho visto a Tizzano nei giorni di festa dei contadini allegri, erano ubbriachi, l’indomani si curvavano sul solco più gialli e più cupi del solito: ho visto delle nozze cominciate al suono dei pifferi e delle cornamuse continuare al picchio dei pugni: sempre.
Non parlavano mai del marito; Zaverio lo nominava qualche volta — ella mai.
Dal suo canto il barone, per oltre un mese, si tenne in disparte come usava prima e non parve accorgersi delle assiduità del capitano: stava fuori di casa tutta la giornata, non rientrava che la notte tardi.
— Ma una sera capitò improvvisamente ad interrompere una loro conversazione che si era prolungata assai, e con una insolita intimità.
Con una ciera fra l’imbarazzato e il diffidente salutò Zaverio senza guardarlo in faccia, e andò dritto con studiata e sforzata aria di padronanza, a sedersi sul divano accanto alla moglie.
Ella non mostrò sorpresa punta, punta. Continuò tranquillamente il suo discorso. Descriveva le proprie occupazioni di fanciulla a Tizzano, nella casa paterna.