— Eh lo so, disse la baronessa mozzandogli con un’occhiata tagliente la parola sul labbro.
Poi aggiunse con un sorriso:
— Non si direbbe, eppure mio marito è geloso — è geloso di voi. — D’una gelosia degna di lui s’intende. Naturalmente egli non può stimare alcuno. Per lui io sono un mobile che si mostra con orgoglio e si vuol tenere per sè. Potrei prodigare il mio spirito e il mio cuore a mio talento: egli non ci tiene che al possesso materiale; anzi al vanto di poter dire: questa donna mi appartiene. Per questo egli non può in coscienza lagnarsi. Rassicuratelo pure.
Poi mutò discorso, e tono:
— Perdonate se vi tormento sempre, disse, non sono punto amabile, lo so, sento che non sono donna o forse lo sono troppo, ma non alla maniera della società; non somiglio alle dame che vivono conversando, — cosa dicono? devono avere uno spirito prodigioso. — Io, aggiunse malinconicamente, ero nata per aver un affetto solo e immenso e consacrarmi tutta a quello, se l’avessi incontrato. Vi pare assurdo? è più facile averne molti, ebbene io non lo capisco.
— Nemmeno io.
— Nemmeno voi? domandò vivamente donna Vittoria.
— Anch’io ho sempre desiderato un affetto vero e nello stesso tempo ho sempre avuto paura d’incontrarlo.
— Perchè?
— Perchè sento ch’esso esaurirebbe tutta la mia vita.