Una mattina Zaverio, ch’era rientrato tardi e più oppresso del solito, fu sorpreso di vederla, svegliandosi, seduta al capezzale.
La povera donna aveva passato la notte al suo fianco; egli aveva avuto la febbre e si sentiva debolissimo.
— Povero figliolo mio, ella gli disse ninnandolo sul guanciale come un bambino, tu vuoi bene a qualche donna cattiva che ti tormenta e che ti fa impazzire.
Queste parole rimescolarono il sangue a Zaverio che non ebbe cuore di negare.
Oramai egli non poteva vivere senza andare ogni giorno al villino di Mergellino e senza vedere quella donna. Lontano da lei egli dimenticava tutto il mondo e vicino a lei dimenticava anche sè stesso.
Non l’amava: le apparteneva.
Egli faceva in tutto la sua volontà e questa volontà egli non la discuteva — non la conosceva. Qual era l’intento di colei? schernirlo, tormentarlo soltanto? innamorarlo per respingerlo senza speranza? perchè ella non gli permetteva la più leggera dimestichezza? Eppure passavano delle lunghe ore insieme da soli.
Il marito si era di nuovo ecclissato. La baronessa non gliene parlava più e Zaverio era quasi riuscito a dimenticarlo.
Eppoi il sentimento di gratitudine si attutiva, si irruginiva sotto l’azione di un sentimento più possente.