Giunge finalmente all’ultima carta: è l’atto col quale il conte Rinaldo, nel 1848, ha venduto al Bellardi tutte le sostanze paterne che gli rimanevano, compreso il castello; riservato, s’intende, l’usufrutto del quarto, che spettava, per legge, alla contessa madre.
— Leggi la descrizione dei mobili, — dice il nonno.
— C’è unita infatti una lista di mobili, il cui uso rimaneva alla contessa, stanza per stanza.
— Dim...mi quelli del salotto... ot..tago...nale.
— Quattro grandi arazzi di Francia... un trumeau... dodici sedie... quattro canapè coperti di damasco... due grandi specchi con cornice dorata... una scansia... un tappeto di Fiandra... una lumiera di vetro di Boemia... sei doppieri di bronzo dorato... cortine di velluto con frangie d’oro.
— Ah!... li ve...dremo, — esclama il vecchio, — e il suo volto manda raggi di contentezza, di gioia quasi infantile. — Li... vedremo...
Egli scambia qualche parola con Maurizio.
Il dottore sembra assorto in dolorose riflessioni. Egli si scuote, poi dice:
— Dunque tutto il castello è vostro...
Il vecchio fa cenno di sì.