Ma, parendole leggere un dubbio sul volto di Giulio, soggiunge con una dolce serietà:

— Come potrei pensar male di lei?

— Oh dei motivi ne avrebbe d’avanzo.

Maria non comprende. Giulio non sa o non vuole spiegarsi: egli si trova impacciato.


Cosa strana! finiscono così tutti i loro colloqui, nei quali essi, con gentile intenzione, per delicato riguardo l’un per l’altro, si sforzano di parere più sereni e più tranquilli; — lo scherzo, la celia più innocente lascia sempre nei loro discorsi una traccia sinistra, come quei razzi falliti che esalano uno sgradevole puzzo di nitro e di zolfo.

È molto meglio quando lasciano che l’anime loro si aprano liberamente nella conversazione; s’intendono allora, passano insieme delle lunghe ore senza sforzo, senza pena, di una malinconia soave che fa bene, che pare uno sfogo a tuttedue. La contessina Maria richiama i ricordi dolorosi, gli stenti, le umiliazioni, i trambusti della vita girovaga che ha menato col padre, e conchiude sospirando:

— Povero papà, era pur buono!

Poi anche gli confida la triste monotonia degli ultimi anni, quando, morto il padre, fu raccolta dalla nonna fra nuovi dolori e nuovi stenti assai più penosi... Talvolta, senza volerlo, lascia capire le durezze patite dalla vecchia contessa, animo altero, carattere forte, inasprito dalle sciagure. Essa tuttavia la rimpiange sinceramente: non pronuncia mai il suo nome senza piangere, e, quando s’accorge che le proprie parole possono lievemente offenderne la memoria, si diffonde in lunghe giustificazioni, che non sempre ottengono l’effetto desiderato, ma sono sempre prova incontestabile dell’amore di lei. Il dottore ascolta con attenzione, fa qualche osservazione, e poi il discorso si avvia tranquillamente; e, alla fine, si separano riconoscenti l’uno all’altro, lei d’aver potuto ricordare, egli d’esser riuscito a dimenticare.

X.