Maria spalanca gli occhi e diventa bianca come cera; vacilla, cade su d’una poltrona e rompe in un violento scoppio di pianto.

Pasquale la contempla meravigliato: non sa che dirsi.

— Non si affanni, per carità; se le spiace si dice di no, e tutto è finito... Egli è di quella razza maledetta... lo so, una volta la sua domanda sarebbe stata un affronto... Guai se l’avesse fatta alla contessa!...

Intanto s’è accostato a Maria, che singhiozza sempre e non può parlare.

— Però adesso, — continua Pasquale dopo una pausa, — adesso le cose sono cambiate... lei è sola, e alla sua età, nella sua condizione, una donna... non sta bene... Lei, certo, poteva desiderare di meglio assai... un nobile, un par suo... ma dove trovarlo adesso? a me mi pareva che lei potesse dir di sì... non fosse altro che per farla tenere a quell’orso di Giacomo. Eppoi almeno avrebbe finito tutti i fastidi... non avrebbe da pensar ad altro che a far la signora... Ma se non le va... non ci pensi più... faccia conto ch’io non abbia parlato... vado a mandarlo a spasso subito...

Egli si muove infatti per andare, ma la contessina si scuote ad un tratto, lo afferra per un braccio, lo tira a sè, gli lancia le braccia al collo, nella furia gli fa cadere la berretta, gli scompiglia i capegli grigi e grida:

— No, aspetta.

Pasquale è sbalordito. Essa fa inutili sforzi per parlare.

— Ma cos’ha? — dice Pasquale che comincia ad inquietarsi. — Non lo vuole? lo so.

Maria scuote il capo.