— Sì; il tuo braccio sanguina.

— È una spina che m’ha graffiata.

Emanuele riprese, intenerito, mezzo ridendo:

— Senti, carina, tu non mi fai mica de’ sotterfugi?

Ella sorrise.

Il conte sentì dileguare tutte le sue inquietudini ad un tratto: ell’era così tranquilla...

— Io mi dimenticavo, disse, che tu sei una piccola selvaggia, che hai bisogno di boschi, dell’aria aperta, della rugiada, — di correre, di saltellare sull’erba. Ma senti, — quando ti pigliano di questi gusti, dimmelo. Correremo insieme, salteremo insieme.

Ella fe’ cenno di sì, seria seria.

Emanuele rise della sua serietà, le raccontò come quand’era ragazzo, nella profonda malinconia del castello, egli s’annoiava e si rattristava. Mattina e sera, dicendo il paternostro, dopo aver chiesto al buon Dio il pane quotidiano, aggiungeva a mezza voce con un sospiro: — ed un camerata!

— Il camerata è venuto, un po’ tardi — ma faremo di riguadagnare il tempo perduto, disse prendendola sulle ginocchia con infantile vivacità e buon umore.