Si comprende quindi come si possa parlare anche di una religione della patria o della bellezza o della cultura o dell'umanità; poichè patria, bellezza, cultura, umanità, così come giustizia, bontà, libertà umana, cioè il culto della umanità vittoriosa e dominatrice in ciascun individuo umano, sono parole con le quali si indica, sotto l'uno o l'altro aspetto, l'esigenza che negli spiriti singoli e nelle coscienze è posta da questo più alto e ricco e profondo significato della vita umana che è come la presenza, in ciascuno di noi, dello spirito, nella universalità ed assolutezza sua.
E questi vari ideali, ciascuno dei quali separatamente è monco ed imperfetto, ed approfondendo ciascuno dei quali noi scuopriamo, in complicazioni e rapporti sempre più intimi via via che il nostro pensiero si aguzza, anche gli altri, noi diciamo, con termine generico, Dio; il quale esprime la necessità che noi abbiamo di concepire questa più ricca ed occulta vita dello spirito come il massimo della universalità ed insieme il massimo della concretezza e della personalità; perchè l'universalità astratta, quella che il pensiero razionale e scientifico può darci, è la forma e la categoria, il vuoto, mentre la vita è concretezza ed attualità e personalità.
Quindi l'ideale religioso, Dio, è posto non dalla ragione ma dalla fede; è posto con lo stesso atto di vita e di volontà con il quale noi vogliamo quella più ricca vita che ci trascende e della quale, insieme, non sentiremmo il bisogno ed il desiderio, se essa non fosse già in noi, se non fosse noi stessi, in vocazione ed in germe.
E poichè non si tratta per noi, in quanto religiosi, di sapere e di volere ciò che è e ci si manifesta nel nesso esteriore ed oggettivato delle causalità e delle successioni e nella concretezza del suo essere, percettibile e misurabile da noi, ma di sapere e di volere quella ulteriore sintesi e realtà ed armonia e ricchezza di vita che non è, ora, ed in tanto può essere—per noi—in quanto ci è dato di intravederla e di volerla e di farla, così una religione la quale si identifichi con la scienza o con la stessa filosofia è una contraddizione in termini; poichè l'una e l'altra sono di ciò che è, della vita vissuta, della realtà che è divenuta queste realtà concrete, delle cose fatte e morte.
La filosofia ha anche per oggetto lo spirito e si sforza di rimuovere l'illusione dell'intellettualismo astratto e di colpire la vita nell'atto della sua unità e continuità; ma essa lo fa con un atto di riflessione, e cercando quasi di sdoppiare lo spirito, di cogliere sè, dal di fuori, nell'atto del suo fare e di decomporre questo fare negli elementi che lo costituiscono, di definirlo.
La fede è invece l'occhio interiore che ci è dato per discernere nell'attualità della vita la sostanza e le direzioni della sua feconda creazione; essa è quello che non è, nè come forma di realtà definita, nè come volontà giunta a realizzarsi e possedere il suo mondo; ed è insieme l'affanno della creazione, la creatura-creatore che «ingemiscit et parturit usque adhuc».
Ed essa è indefinibile e inafferrabile e intraducibile, perchè è—dicevo—l'atto vivente dello spirito, gravido di vita, natività continuata e rinnovantesi.
Ed ora, o mai più, il lettore intenderà perchè la religione vera è, per ed in ciascun individuo, il massimo della personalità, il suo santuario interiore, il suo Dio incomunicabile, il fiore alto e puro della sua vita, se questa è nobile e pura, capace di generare un Dio, e non solo dei mostricciattoli morituri. E intenderà come è sciocco parlare di religioni solo come di assemblee di teologi e volumi di dottrine e corpi di riti e di simboli; poichè tutto questo o è il cadavere della religione od è il materiale del quale le coscienze religiose si servono per creare la loro fede. Ma quanti ancora confondono il neonato con gli strumenti della levatrice!
5. Altra conclusione, la quale, anche essa, ci interessa molto.
Come negli individui la religione è il culmine della personalità, il fiore della vita ricca e pura, così nei popoli e nella loro storia la religione va cercata in ciò che essi sanno compiere, come unità spirituale, per l'avvento dei grandi ideali umani, per il trionfo della cultura, della giustizia e della bontà. E i sacerdoti veri dei popoli sono i loro condottieri in queste opere eroiche, in questi momenti solenni delle creazioni sociali nelle quali vien raggiunto e si compie un qualche concreto ideale di giustizia e di solidarietà umana.