Francesco Melzi sopravvisse pochi mesi a quella funesta rivoluzione.
Ridottosi a vita privata, alternava i soggiorni fra il palazzo di Milano e l'artistica villa che s'era fabbricata a Bellagio; riceveva pochi e sicuri amici; discorreva con essi di questioni politiche e di riforme educative[8]; si spense, religiosamente tranquillo, il 16 gennajo 1816. Uomo di carattere antico e di cultura moderna, che discende politicamente in retta linea dai grandi personaggi milanesi dei secoli antecedenti, dal Simonetta, dal Morene, da Bartolomeo Arese; austero come il primo, intelligente come il secondo; come il terzo, bramoso di conciliazioni fra le asprezze del tempo. Liberale di dottrina, perchè vissuto in mezzo ad abusi nobiliari ed a corruttele plebee, tenne sempre alti, innanzi a sè, interessi di paese, non di fazione; e per quelli non esitò ad affrontare nei pubblici uffizj Maria Teresa come i Giacobini, come il Primo Console, come l'Imperatore. Governò tempi di rivoluzione con guarentigie di conservazione; e dopo di lui bisogna giungere fino al conte di Cavour per trovare un altro italiano che abbia retto, con eguale autorità, compagine eguale di popoli appena riuniti. Ebbe a programma di rinnovazione la politica nazionale più unitaria che i tempi avessero consentito; come programma di conservazione, adottò un sistema di governo che non usciva dai limiti e non si perdeva per via; religione senza fanatismo, libertà senza frasi, disciplina senza pedanteria, ordine senza violenza, un gran sentimento di dignità dello Stato, una resistenza tranquilla ma severa alle tirannie che discendono e a quelle che salgono.
Nel complesso, può dirsi in Italia il creatore del partito liberale moderato negli ordini di governo; poichè, prima di lui, s'era governato o con riforme di principi assoluti o con assolutismi di apostoli democratici; e, se oggi vivesse, avrebbe poco a mutare degli scritti suoi, poco a modificare de' suoi metodi e de' suoi principj nelle questioni di Stato.
Quando morì, l'imperatore Francesco, pauroso della sua scomparsa come della sua presenza, vietò che i giornali ne annunciassero la morte. Era logico il sovrano straniero, desiderando di cancellare dall'affetto dei contemporanei e dalla memoria dei posteri il cittadino che aveva tratto governo riparatore da rivolgimento d'indipendenza. Ma non sarebbero logici i concittadini suoi, se a sentimenti affatto contrarj non dessero affermazione più decisa e più risoluta.
Milano ha tuttora un debito verso Francesco Melzi d'Eril, duca di Lodi. E noi ci uniamo al desiderio già espresso da un valente illustratore di storia patria[9], augurandoci che la nuova magistratura cittadina metta fra i cómpiti suoi quello di trarre dalla prossima riforma edilizia della città l'occasione di onorare in faccia ai posteri con durevole forma la memoria dell'unico milanese che nel corso dei secoli abbia governato sette milioni d'Italiani con metodi di libertà.
GIUSEPPE PRINA E LA FINE DELL'EPOCA NAPOLEONICA.
Si seguono ordinariamente due metodi nello studiare la storia. L'uno (ed era il metodo caro sopratutto agli antichi) considera l'uomo come fattore esclusivo dei fenomeni storici, come l'arbitro dei fatti e dei casi. Con questo metodo, la storia diventa in certo modo un dramma od una epopea. Lo svolgimento dei destini storici dipende dalla passione d'un uomo, da un affetto di donna, da un'eccentricità. Si può sostenere, per esempio, con questo metodo, che la Repubblica Romana è perita perchè Cesare aveva dei debiti da pagare; che l'Austria esiste perchè il pugnale di un fanatico, Ravaillac, ha spento trecent'anni fa il più formidabile dei suoi avversarj; che la riforma religiosa è divenuta potente in Europa perchè un Re libertino ha veduto due begli occhi in volto ad Anna Bolena. È un'esagerazione, che spegnerebbe ogni fede nelle ragioni del progresso e della civiltà.
Poi è venuto Bacone, è venuto G. B. Vico, è venuto Herder. La storia ha cessato d'essere un caso ed è diventata una legge; dalle peripezie del dramma è passata all'angolosa rigidezza della filosofia. Quello che accade, è accaduto perchè doveva accadere; lo svolgimento storico segue teorie prestabilite, malgrado e contro ogni risoluzione umana; non è più il libero arbitrio che regge la storia, è la fatalità. Siamo qui in un'altra esagerazione; e bisogna reagire, in nome del vero, contro le inflessibilità sistematiche, così dell'uno come dell'altro metodo. Cinquant'anni di storia non rappresentano che un atomo nello svolgimento dell'umanità; ma rappresentano la fortuna o la sventura di due intere generazioni, ed è possibilissimo che il genio o il vizio d'un uomo diano a questi cinquant'anni un avviamento buono o fatale. La storia non è nè tutta dramma, nè tutta legge; nè tutto metodo, nè tutta fatalità; non devia, per capriccio d'uomini anche potenti, dalla successione logica de' suoi sviluppi; ma non è neanche così rigida ne' suoi contorni da non lasciare gran posto alle virtù o agli errori, alla previdenza od alla spensieratezza degli uomini. Se fosse altrimenti, non varrebbe neanche la pena di studiarla; bisognerebbe incrociare le braccia e invocare il destino, a scusa delle nostre viltà.
Studiare la storia vuol dunque dire: esaminare quanta parte di responsabilità abbiano i casi e quanta gli uomini nello svolgimento o troppo tardo o troppo rapido delle grandi leggi morali; formarsi un giusto criterio delle situazioni storiche comparabili o affini; e cercare alla filosofia e alle scienze sociali il mezzo di coordinare il moto degli uomini a quello degli eventi, il segreto di quelle prudenze e di quelle tolleranze, per cui a questo duplice moto, irresistibilmente fatale, possano essere risparmiati gli urti, cagioni quasi sempre di dolori, talvolta di catastrofi.
Riflessioni di questa natura si presentano spontanee alla mente, quando si volge lo studio all'epoca fortunosa che si chiuse colla rivoluzione del 20 aprile 1814. Giacchè in poche catastrofi storiche si possono vedere e sceverare più chiaramente le forze per così dire eruttive degli avvenimenti; pochi esempj valgono più di questo a mostrare come la passione degli uomini abbia turbato, credendo di aiutarla, l'elaborazione degli effetti.