Eccederebbe troppo le proporzioni ordinarie di questi nostri saggi storici il riassumere, anche nella forma più breve, il processo evolutivo del primo Regno d'Italia. Creazione capricciosa e artificiale, come tutte quelle che uscivano quasi settimanalmente dal genio sfrenato e politicamente infecondo del primo Napoleone; un complesso di casi e di uomini, costretti ad assumere forma plastica e quasi compatta sotto l'influsso di quella potente volontà, aveva dato però a questo organismo politico una fisonomia così forte e così spiccata, da lasciare grandi speranze di una solidità maggiore e più duratura.

Aveva cominciato con quattro milioni d'abitanti e quattordici dipartimenti lombardi ed emiliani; vi si erano aggiunti man mano otto dipartimenti veneti, tre dipartimenti marchigiani, un dipartimento tirolese; aveva ormai raggiunto i sette milioni d'abitanti; era lo Stato più forte d'Italia, dopo il regno di Napoli. Possedeva un'amministrazione oculata e sopratutto energica; s'era fatto, dai ruderi delle legislazioni anteriori, un codice di leggi chiare, efficaci, assai previdenti; contava una plejade d'uomini distinti in ogni ramo di scienza, di arti, di pubblica e pratica attività; aveva un esercito nazionale di 80 mila uomini, condotto da brillanti generali, al cui valore e alla cui disciplina Napoleone, giudice non indulgente di questioni italiane, aveva reso più volte sincero omaggio[10]; vedeva sorgere od ampliarsi, per avvedute iniziative di governo, istituzioni pubbliche di alto e progressivo indirizzo, il Monte Napoleone, le Università di Pavia e di Bologna, le Accademie di Belle Arti, il Conservatorio di musica, il Collegio reale delle fanciulle. I lavori pubblici, così edilizj, come stradali ed idraulici, ebbero allora un impulso, per lo innanzi non ricordato mai; dalla strada del Sempione ai canali navigabili del Mincio e del Po, dalla facciata del Duomo all'arsenale di Venezia, dal parco di Monza alla villa di Stra, tutto il Regno era invaso da una febbre di costruzioni, condotte con larghi criterj e con isplendida munificenza. La politica finanziaria del governo era fiscale, ma non taccagna. Si faceva pagare, ma si spendeva.

A questo bagliore di prosperità materiale faceva duro contrasto la mancanza di libertà politica. L'arbitrio governativo era enorme; la polizia onnipotente; la noncuranza di ogni garanzia legale di ordine politico trasudava, per così dire, da tutti i pori dell'Amministrazione suprema. Un dì era Melchiorre Gioja che si sfrattava dallo Stato per avere scritto un opuscolo timidamente disapprovatore dei ministri in carica; un'altra volta era un giornalista, il Lattanzi, che si chiudeva — orribile a dirsi — in uno spedale di pazzi, per aver osato rivelare un segreto di governo che sarebbe stato pubblico otto giorni dopo[11]; una sentenza politica d'inaudita implacabilità colpiva il comune di Crespino e lo poneva per un anno fuori della legge, a discrezione di un brigadiere di gendarmeria, per aver accolto con applausi, durante la guerra, un drappello di nemici giunto ad impadronirsene.

Che più? il Corpo legislativo, stabilito dal terzo Statuto costituzionale del Regno, avendo voluto discutere un progetto di legge sul Registro, mandato da Parigi, e domandare qualche modificazione alla tariffa, l'imperatore Napoleone prescrisse al Vicerè che riproponesse tal quale il progetto al Corpo legislativo e lo facesse votare senza ulteriore disamina. E malgrado che dalla servilità di quell'assemblea avesse ottenuto quanto voleva, allorchè gli fu presentato il successivo bilancio, in cui era naturalmente impostata la cifra delle spese pel Corpo legislativo, si risparmiò anche la fatica di un decreto di soppressione; si limitò a cancellare, con un tratto di penna, la cifra assegnata a quel capitolo, e del Corpo Legislativo in Italia non si parlò più. Vi sostituì, due anni dopo, un corpo più ossequioso, di funzioni consulenti e d'indole non elettiva, il Senato.

Di questo miscuglio di beni e di mali aveva la responsabilità ufficiale un giovane di animo generoso e di molta inesperienza politica, Eugenio Beauharnais.

Assunto a Vicerè d'Italia in un'epoca, in cui pareva che la incredibile grandezza della fortuna napoleonica dovesse vincere ogni legge di tempo, il principe Eugenio s'inchinò coll'affetto d'un figlio e colla devozione d'un discepolo a quella grandezza, e pose ogni zelo nel secondarne gl'intenti, le volontà, il delirio. Persuaso che in quella intelligente tirannia stesse il segreto del governo delle nazioni, ubbidì come Napoleone voleva essere ubbidito, disapprovando talvolta in cuor suo la violenza di quei comandi, cercando spesso addolcirne la pratica esecuzione, assumendone sempre, con molto disinteresse, la diretta responsabilità. Esposto alle facili seduzioni della vita in quegli anni in cui l'austerità non invoglia, ebbe un primo periodo in cui teneva volentieri per sè le soddisfazioni del governo, ne lasciava i pesi e gli affari al suo segretario Méjean. Offese colle prime molte suscettività, come il segretario offendeva dal canto suo molti interessi. Verso gli ultimi anni del regno, divenuto più serio e più pensoso, reagì nobilmente contro quelle prime spensieratezze giovanili, gettandosi nelle cose militari, dove mostrò talenti distinti e raccolse plauso ed onori. Ma neanche lì risparmiò raccolta di avversarj, scoppio di rancori, addensati da rivalità di campo o da misure di disciplina. Nel complesso, non era odiato, ma era impopolare; impersonava diffidenze, pericoli, antipatie che avevano cagioni varie, non tutte e non le più gravi imputabili a lui; nè bastava a rompere questa corrente la dolce influenza della Vice-regina, Amalia di Baviera, a cui le tradizioni dell'epoca attribuiscono concordi lo scettro della gentilezza e della virtù.

Fra queste gare e queste influenze si veniva peggiorando lo spirito pubblico, a cui era venuta meno la saggia impulsione di Francesco Melzi. Infatti, il Gran Cancelliere, ridotto dal nuovo regime a funzioni di parata piuttosto che a direzione d'affari, perdeva sempre più l'occasione di esercitare sui suoi concittadini quell'influenza salutare che per tanto tempo la sua esperienza e il suo carattere gli avevano mantenuto. Il personale francese del gabinetto di Eugenio era geloso di lui. Più ancora del conte Méjean lo astiava un favorito del principe, Antonio Darnay, nominato, in uggia alla pubblica stima, Direttore generale delle Poste, e che non si peritava di abusare dell'ufficio suo per disuggellare le lettere e sorprendere i segreti dei cittadini.

Melzi, troppo altiero per scendere ad avversarj così minori di lui, si limitava ad offrire al Vicerè i suoi consigli, sempre assennati, ma non sempre accolti con quella serietà di propositi con cui erano dati. Egli vedeva le condizioni del Regno farsi sempre più gravi e ne avvertiva il pericolo. Fin dal 1811, più di 250 aggressioni a mano armata sulle pubbliche vie, più di cento invasioni nelle case private, con assassinj e ferimenti, dimostravano a che debole filo tenesse la pubblica sicurezza, il sintomo ordinario da cui si può giudicare il pregio di un governo.

Quando comincia la campagna di Russia, e il principe Eugenio deve partire per l'esercito, conducendo seco il fedele Méjean, le cure dello Stato ricadono forzatamente sulle spalle del Duca di Lodi, la cui corrispondenza col Vicerè e coll'Imperatore diventa più minuta e più frequente. E, quando giungono le prime notizie dell'immane disastro, che piomba nel lutto tante migliaja di famiglie italiane, Melzi non esita ad informare Eugenio della molta concitazione di animi che si manifesta a Milano e dell'avversione che comincia a destare una politica così spensieratamente ed ostinatamente guerriera.