La sera del 16 aprile, un avviso di convocazione chiama il Senato ad una seduta straordinaria pel giorno dopo. Si buccina per la città che trattasi di un messaggio del duca di Lodi per invitare il principe Eugenio ad assumere il titolo di Re d'Italia. La notizia commove gli animi e dà la stura all'agitazione dei partiti. Gli ostili si rinfocolano nelle ire, contestano la competenza del Senato, deplorano, colla consueta ipocrisia dei partigiani, la sorpresa di siffatta convocazione. Quasichè la sorpresa maggiore non venisse dalla capitolazione di Parigi e quasichè in politica la peggiore delle sorprese non fosse quella di lasciarsi sorprendere!
I senatori, di ogni partito, accorrono numerosi, e il presidente, conte Veneri, raccomandando il segreto sugli oggetti posti all'ordine del giorno, dà comunicazione al Senato del messaggio di Melzi.
Questi proponeva, dopo gli opportuni preamboli, che il Senato inviasse all'imperatore d'Austria una deputazione, coll'incarico di richiedere la sua mediazione presso le potenze alleate, affinchè: 1.º cessassero tutte le ostilità nel territorio italiano; 2.º fosse consacrata e riconosciuta l'indipendenza del Regno; 3.º fosse riconosciuto Re il principe Eugenio, le cui virtù e la cui onorata condotta avevano meritato l'amore del popolo e la stima dell'Europa.
L'iniziativa di Melzi era piena di avvedutezza politica. Sapeva egli, per le sue vaste relazioni personali, che l'imperatore Alessandro di Russia era favorevolissimo al Beauharnais[18]. Rivolgendosi direttamente all'imperatore d'Austria, metteva questi nella necessità di consultare il suo imperiale alleato; il cui sicuro consenso rendeva poi difficile all'Austria di accampare per proprio conto pretese territoriali. D'altronde, una deputazione consimile stava per partire, in nome dell'esercito, secondo uno dei patti dell'armistizio conchiuso il giorno 16 col maresciallo Bellegarde. Questa doppia dimostrazione, che avrebbe additata una completa concordia degli elementi civili e militari del Regno in favore del principe Eugenio, non poteva non fare una grande impressione sui governi alleati, compromessi dalle loro magniloquenti dichiarazioni di rispetto per la nazionalità e l'indipendenza degli Stati. E finalmente, approfittando subito della simpatia che aveva destato la condotta leale ed onesta del Vicerè, in confronto di quella subdola ed ambiziosa del re di Napoli, si rendeva più facile che, data la disposizione delle potenze a conservare in Italia almeno una delle dinastie uscenti dalla famiglia napoleonica, la scelta cadesse piuttosto su quella di Beauharnais che su quella di Murat.
In un paese che avesse serbato, insieme col desiderio vago dell'indipendenza, un concetto serio e giusto delle situazioni politiche, il programma di Melzi avrebbe dovuto trovare un incoraggiamento larghissimo nel paese ed una votazione unanime fra i suoi rappresentanti. Ma non fu così. Svegliatosi per le questioni di materiale interesse, l'intelletto del paese s'era attutito circa le questioni di Stato. Il dispotismo napoleonico aveva irrigidito ogni elasticità di pensiero pubblico. Gli uomini politici erano spariti; non erano rimasti che degli amministratori e dei legulej.
L'opposizione scattò subito, dopo finita la lettura del messaggio di Melzi; e ne fu l'oratore più autorevole e più accanito il conte Diego Guicciardi.
Quest'uomo, già s'è detto, aveva riputazione di essere nel Senato il capo del partito austriaco; n'era effettivamente al di fuori uno dei capi. Però non bisogna credere che allora questa denominazione avesse il significato odioso e antinazionale che ebbe più tardi. È una delle abitudini che rendono più confusa la storia e più difficile l'indagine critica quella di attribuire parole di un'epoca a fatti di un'altra. Si creano delle storpiature morali, non dissimili da quelle di cui si renderebbe colpevole un artista che dipingesse Cleopatra col guardinfante o Carlo Magno colla parrucca di Luigi XIV.
A settant'anni di distanza, poche pagine possono essere utilmente impiegate a delineare la fisonomia di un uomo che fu tra i più operosi e i più influenti del tempo suo.
Ambizioso quanto attivo e sagace, fertile nelle difficoltà politiche di espedienti e di transazioni, ricco d'ingegno più che di cultura, di una esperienza d'affari da pochissimi superata in quei giorni, il Guicciardi s'era mescolato di buon'ora ai pubblici negozi, e sotto tutti i regimi aveva tenuto un posto importante.