Nato a Ponte, in Valtellina, era stato fino dai primi anni spettatore della sordidissima dominazione che i Grigioni esercitavano sul suo paese. Ne divenne tra i più caldi a volerne scuotere il giogo, e concepì il pensiero di allacciare con solidi nodi alle provincie italiane della sottoposta valle del Po, una provincia rimasta fino allora pressochè digiuna di tradizioni italiane, sebbene teatro di lunghe ed acerbe lotte, combattute, pel dominio d'Italia, da Svizzeri, da Francesi, da Spagnuoli, da Tedeschi. Quel pensiero lo seguì per tutta la vita e poteva certo bastare, in tempi così agitati, ad occupare tutte le facoltà di una mente attivissima.
Le rivolture cisalpine del 1796 fornirono ai patrioti valtellinesi la cercata occasione di sottrarsi al vassallaggio d'oltr'Alpi; e fu principalmente per le influenze del Guicciardi che il generale Bonaparte aderì allora ad emancipare la Valtellina, Chiavenna e Bormio, dichiarando quei territori irrevocabilmente uniti alla Repubblica Cisalpina.
D'allora potè datare il Guicciardi l'ingresso nella vita politica più larga e più attiva. Piacque dapprima a Bonaparte, gran nemico degli ideologhi, che ne fece un ministro dell'interno, per controbilanciare il vuoto frasario demagogico degli amministratori cisalpini. Ai Comizi di Lione, il Guicciardi fa, dopo il Melzi, nominato direttamente dal Primo Console come Segretario di Stato della nuova Repubblica Italiana; onore diviso unicamente con quell'altro eminente magistrato che fu il Gran Giudice, Spanocchi.
Nè fra così alte vicende obliava il Guicciardi gl'interessi della sua provincia nativa, a cui seppe mantenere, contro ogni sforzo di emule diplomazie, l'irrevocabilità dell'annessione italiana. Questo affetto di montanaro ostinato spiccava anzi nel Guicciardi così evidente, che partecipandogli l'alto grado a lui conferito, Bonaparte credeva necessario di scrivergli: “vous n'appartenez plus à aucun département. N'ayez jamais en vue que l'interêt et la politique de la République entière„[19].
Melzi non amava Guicciardi, e non lo nascondeva. Sicchè, fattisi difficili i loro rapporti personali. Napoleone collocò Guicciardi alla Consulta di Stato. Ma costituitosi poco dopo il Regno d'Italia, lo volle ritornato a capo di un dicastero, e gli affidò la direzione generale della Polizia. Bisogna dire, ad onore del Guicciardi, che in tali funzioni egli non seppe interamente prestarsi alle sfrenate volontà del sovrano. Uomo pratico, voleva la moderazione; uomo onesto, voleva la legge. Onde scadde dalla fiducia dell'Imperatore, che gli tolse la Direzione della Polizia e gli inflisse, con metodo imitato spesso dappoi, la dignità di senatore del Regno.
Voltandosi all'Austria, contro il sistema francese, Diego Guicciardi non poteva dunque dirsi nè un ingrato, nè uno spensierato. Aveva servito con zelo il governo da cui era stato beneficato. Caduto quello, ricuperava il sentimento della sua indipendenza politica, e credette scorgere nell'Austria, vale a dire nel più forte dei governi allora segnalati sull'orizzonte, la sola potenza capace di guarentire i due scopi politici che gli erano cari: il mantenimento della Valtellina nel regime lombardo ed una libertà onesta pel Regno. L'avvenire ha dimostrato che s'ingannava almeno per metà. Ad ogni modo, la sua evoluzione politica suscitò allora e mantenne intorno al suo nome fino agli ultimi tempi un ambiente di sfiducia, a cui s'ispirarono con troppa ingiustizia alcuni scrittori contemporanei. Dopo l'avversione del Melzi, incontrò quella del Marescalchi; e irosamente ostile gli fu sopra tutti Ugo Foscolo, che lo chiamava con suo sarcasmo: l'uomo valtellinese, e che avrebbe dovuto, più d'ogni altro, essere indulgente verso le debolezze dell'epoca.
In realtà, il Guicciardi, che tante antipatie s'era nella vita pubblica ingrossate contro, aveva fra le pareti domestiche riputazione di animo buono e probo, cui sempre giustificarono legami di affetto famigliare vivi e durevoli. Ma il Guicciardi era figlio del suo tempo ed aveva subìto, non corretto, l'ambiente in cui era vissuto. La mobilità degli eventi, avendo educato tutta la generazione sua ad un certo scetticismo utilitario, — che ora torna di moda, — non gli permise di mostrare, nella sua vita pubblica, ciò che si è convenuti di chiamare carattere; ma sarebbe ingiusto affermare, col Foscolo, che in quella non si fosse proposto se non utili individuali. No, il Guicciardi aveva il sentimento del paese, il concetto della vita politica. Non gli sacrificava con larga generosità le sue convenienze personali e famigliari, ma non può dirsi che abbia cercato queste a ritroso della sua coscienza di uomo pubblico.
Gli è che il Guicciardi non poteva propriamente dirsi un uomo moderno. Per l'educazione, per le tradizioni, per le necessità degli eventi contro cui ebbe a lottare, egli apparteneva a quella scuola di statisti italiani, che dal Macchiavelli, dal Morone, da Vittorio Amedeo avevano imparato l'evoluzione dei metodi come unico avviamento ai successi del bene. La saldezza delle convinzioni politiche, divenuta, sotto l'influenza dell'odierno liberalismo, quasi guarentigia e sinonimo della onestà degli uomini pubblici, non poteva sembrare qualità egregia di governo in tempi, in cui contro la prepotenza dei dominatori unico schermo era l'astuzia, ed unica preoccupazione quella di assicurare quanto più si potesse delle vite e delle sostanze dei sudditi contro l'imperversare delle mutabili tirannie. Onde accadeva sovente che uomini di rette intenzioni e di vita illibata serbassero, nei loro rapporti politici, andamenti così incerti e così brusche mobilità, da eccitare la riprovazione di chi non abbia l'indulgenza, naturale allo storico, per le incoerenze di cui ogni epoca è necessariamente feconda.
Il programma austriaco del Guicciardi poteva dunque essere, e fu, un errore; ma non era un traviamento.
Dell'Austria non s'aveva allora fra gli uomini di governo quel concetto che dopo il 1815 divenne popolare in Italia. Il Guicciardi non l'aveva conosciuta che come potenza estera, e gli uomini di parte sua in Milano ne ricordavano il mite regime teresiano e leopoldino come un ideale di autonomia, in confronto delle prepotenze repubblicane e imperiali piovuteci dalla Francia. Quegli uomini mancarono piuttosto, e mancarono affatto, dell'esperienza politica, che s'acquista unicamente colla meditazione e colla lettura. Furono vittima di quella illusione, che seduce sempre le menti volgari, di credere che un partito o un governo, abbandonato ad un dato punto della vita, sia rimasto immobile e si possa riprendere e ripresentare colle stesse forme e cogli stessi caratteri, allo stesso punto in cui s'è lasciato.