La piazza di S. Fedele non aveva allora nè quell'aspetto regolare nè quella sufficiente ampiezza che oggi le si riconosce. L'edificio in cui trovasi l'albergo della Bella Venezia si protendeva allora assai più innanzi, con un massiccio quadrato, diviso dal prolungamento della via del Marino dalla casa Imbonati, divenuta ora teatro Manzoni.

La facciata poi si prolungava tanto verso il palazzo Marino da lasciare adito ad una viuzza strettissima ad angolo retto colla via del Marino; tanto stretta quella viuzza che, come nota il compianto Cusani, obbligò il celebre architetto di Tomaso Marino a costruire questa fronte del suo palazzo senza euritmia; cosa che ognuno può verificare od avrà verificato, notando che la porta centrale ha otto finestre a diritta e soltanto sei a sinistra, per potere collocare quella porta d'ingresso in faccia alla contrada dell'Agnello e sottrarla all'oscura strettoia, per cui nessun rotabile avrebbe potuto passare.

Era quello il palazzo che la dizione pubblica chiamava la casa del Prina; e dove quella immaginazione popolare malata, che è propria di tutti i tempi e resiste a tutte le logiche della civiltà, vedeva ammucchiati sterminati tesori. Il ministro delle finanze abitava infatti in quella casa, che non era sua, ma che il Demanio aveva comperata dall'Ospitale Maggiore. E lì, fin del mattino, era un via vai di gente, che, avendo sentore dei preparati tumulti, instava perchè il ministro cercasse fuori di casa un asilo.

Uno sconosciuto gli s'era presentato, porgendogli un biglietto anonimo, in cui lo si consigliava a lasciar tosto Milano; due segretari del ministro, Pavesi e Pioltini, lo esortavano a nascondersi, temendo per sè stessi e per lui; il parroco di San Fedele si offriva di celarlo in modo sicuro nel sotterraneo della chiesa; suo cugino, l'abate Prina, professore a Pavia, stava presso di lui un quarto d'ora prima che la folla irrompesse, e lo supplicava a fuggire secolui, avendo pronta a poca distanza una vettura preparata a tal uopo.

Fosse imprevidenza, irresolutezza o coraggio, il Prina non badò a nessuno di questi avvisi e non si mosse di casa[21]. La fatalità lo traeva. Trentaquattro anni dopo, un altro ministro, egli pure avvertito dei sicarii che lo attendevano, non volle mutare la sua via e corse incontro alla morte: Pellegrino Rossi. Ed aveva egli pure alcune spiccate analogie col ministro delle finanze del Regno d'Italia; entrambi uomini rigidi, aspri, inflessibili, tenacissimi; entrambi alteri dispregiatori di popolarità; entrambi ultimi sostenitori di un potere che cadeva con essi.

Quando la turba ebbe finito di trionfare delle suppellettili del Senato, una certa irresolutezza si manifestava nell'attitudine sua; voleva evidentemente una vittima; e già s'era mossa, per cercarla, verso il palazzo del duca di Lodi, quando una voce autorevole, forse spinta — chi lo sa? — da un desiderio onesto di stornare per un pericolo incerto e remoto un pericolo certo e prossimo, gettò nella turba il nome di Prina. Dio solo sa a quest'ora se quella sia stata la voce del conte Federico Confalonieri. Certe accuse, non basta che siano ripetute dai contemporanei, perchè debbano supporsi vere. L'epoca nostra ce lo insegna troppo. Guai se il giudizio dei posteri su alcuno dei più illustri contemporanei nostri fosse basato sulle audaci improntitudini di alcuni giornali!

Comunque sia, quella voce bastò a fermare la turba, che si precipitò invece, come un torrente devastatore, verso la nuova direzione e il nuovo nome additato ai suoi cupi disegni.

Giunse sulla piazza di S. Fedele, quando il cugino di Prina, visti inutili i suoi tentativi, aveva spinto il ministro in una delle ultime cameruccie dell'ultimo piano, gettandogli un abito da prete; ridiscendendole scale, scontrò la ciurmaglia che già le saliva.

Ognuno ha innanzi alla memoria quelle pagine sublimi del romanzo immortale, in cui Alessandro Manzoni descrive la sommossa del 1628 e l'assalto dato alla casa del Vicario di provvisione, che era, fra parentesi, Lodovico Melzi, un antenato del duca di Lodi. È fama che l'ispirazione di quelle pagine si dovesse all'impressione lasciata nell'autore dall'eccidio del 20 aprile che succedeva a pochi passi dalla sua contrada. Certo è che gli episodii si rassomigliano tutti; l'inferocir della plebe, la viltà degli eccitamenti, l'intervento delle scale e dei martelli demolitori, l'assenza di forza pubblica, la pietà generosa e impotente di alcuni cittadini. Soltanto, al povero Prina mancò l'aiuto di Ferrer.

Un Colombo, trovatello, falegname addetto al teatro della Scala, si vantò finchè visse d'avere scoperto il ministro in quella stanzuccia dove stava infilandosi le calze e l'abito da prete, nella speranza che il travestimento potesse salvarlo. Mentre gli uomini pratici della turba rompevano gli scrigni e mettevano in tasca i titoli di credito, il rozzo operaio, più violento, ma forse meno spregevole, pensava alla vendetta personale, che probabilmente gli avranno fatto credere giusta.