L'infelice ministro è ruzzolato giù per le scale, gettato da manigoldi fuori di una finestra verso la contrada del Marino, e raccolto da altri manigoldi sulla punta delle ombrelle e dei bastoni. Un manipolo di pietosi — ce n'è sempre, in questi casi, per l'onore dell'umanità — lo accerchia, finge d'essere il più accanito contro di lui e lo attira nell'interno della casa Imbonati. Renzo doveva essere tra questi. Ma i sicari prezzolati avvertono il tentativo e non lo lasciano compiere. Prina è strappato di nuovo dal suo rifugio, condotto a spinte, a busse, a colpi d'ombrello lungo la viuzza già accennata, tra la sua casa e il palazzo Marino; lo si trascina verso l'angolo di S. Fedele e lì la turba imbocca, schiamazzante e feroce, la via di S. Giovanni alle Case Rotte. Invano tentano alcuni generosi di placare quelle iene; il frate, poi cardinale Orioli, ajo del marchese Lorenzo Litta-Modignani, il celebre cantante Filippo Galli dal suo balcone, Ugo Foscolo dalla piazzetta della Scala spendono invano la loro pietà, la loro voce, la loro eloquenza; soltanto quel drappello di generosi che non aveva rinunciato alla sua speranza — bisogna nominare fra questi, a titolo d'onore, un cameriere di G. Domenico Romagnosi, Angelo Castelli — riuscì per la seconda volta a spingere la vittima trascinata entro una porticina che metteva nel cortile di un mercante di vino, Perelli, quasi di fronte alla casa, dove ora si trova la libreria Pirola.
Nascosto lì, dietro un mucchio d'assi del falegname Bonfanti, il misero Prina, già livido di ferite, vide passare per l'ultima volta innanzi a' suoi occhi la speranza dell'esistenza. Avrebbe potuto salvarlo il caffettiere Borrani, aprendo un usciolo che dal cortile metteva nella sua bottega e ad altre case; ma il caffettiere ebbe paura del saccheggio e si rifiutò. Avrebbe potuto salvarlo il generale Pino, coll'impiego di pochi soldati che avessero fatta una punta energica in mezzo agli assassini, che sono sempre vili. Ma il generale Pino si divertiva sulla piazza ad arringarli, gli assassini, in luogo di disperderli; e gli assassini udivano l'arringa, ridevano sul viso all'arringatore e proseguivano il loro truce divisamento.
Dopo un'ora di questa inutile aspettativa, avendo la turba già rotta la porta e invaso il cortile e ammucchiato delle fascine per incendiare la casa, il Prina rinunciò nobilmente all'esistenza, uscì dal suo nascondiglio e si diede nelle mani dell'orda inferocita.
Qui ebbe luogo una scena d'orrore che soverchia ogni più atroce concepimento di fantasie sbrigliate. La storia è talvolta più crudele dell'immaginazione. L'infelice uomo fu da un colpo di martello sul viso rovesciato a terra, fu legato pei piedi sopra un asse e trascinato in quella foggia lungo le vie, col capo che rimbalzava sullo sconnesso selciato della città. La pioggia dirotta e il cader della notte dovevano aggiungere orrore a quella scena sinistra, certamente rischiarata dalla luce sanguigna delle torcie di resina, più che dai pallidi fanali cittadini dell'epoca. Giunta la folla, briaca d'urli e di sangue, dinanzi all'ufficio del Demanio, sulla piazzetta del Cordusio, rizzarono contro il muro quel semivivo lacerato, lo denudarono, e cercavano sfondare la bottega di un vicino droghiere, per trarne acqua ragia ed abbruciare il cadavere coll'edificio. Erano i precursori del petrolio politico. Quando Dio volle, un picchetto di Guardia Civica comparve sulla piazzetta e sgominò gli assassini. Fu slegato e adagiato nel cortile del Broletto quell'informe avanzo d'uomo; era morto; ma i chirurghi che lo visitarono non seppero rinvenire, fra tante e così orribili contusioni, una ferita mortale; s'era spento di spasimo e di angoscia.
Tal fine ebbe, per una spensierata coalizione di passioni, il conte Giuseppe Prina, novarese, uomo che ad alcuni difetti, di forma più che di indole, univa qualità preziose di amministratore e di ministro. Era dal 1791 nei più alti uffici della finanza; dal 1802 ministro, prima della Repubblica italiana, poi del Regno d'Italia. Nel 1797 aveva salvato le finanze del Regno di Sardegna, provocando, con una misura allora assai coraggiosa, la vendita dei beni ecclesiastici. Nel 1798, era uscito dal potere perchè si rifiutò di emanare un decreto fraudolento, con cui si voleva far perdere alla carta monetata due terzi del suo valore nominale.
Questi due atti bastano a dimostrare quale fosse il vigore e l'integrità del suo carattere. Come ministro delle finanze del Regno d'Italia, l'unica pecca sua fu un'eccessiva devozione personale all'imperatore Napoleone, alle cui esigenze di danaro non seppe resistere come doveva. Del resto, portava negli affari una grande oculatezza, una rigidità che contrastava colle abitudini dell'epoca e coll'amabilità che lo distingueva nella vita privata. Basava il suo sistema finanziario sulle imposte indirette piuttosto che sulle dirette; queste caricava moderatamente per potere, nelle frequenti occasioni di guerre, trarne aumenti straordinari di facile applicazione e che gli parevano allora giustificati dal rialzo dei prezzi che la guerra produceva, a favore dei proprietari fondiari. Così fu che nel 1805 e nel 1806 potè spingere l'imposta fondiaria da 48 a 60 centesimi, senza che paresse opprimente, e nel 1813 si fece dare un'anticipazione di due centesimi e mezzo, che l'estimo fondiario potè sopportare senza troppo disagio. Aveva immaginato il dazio della macina, ma vi rinunciò quando vide le enormi vessazioni a cui avrebbe dato adito quella forma d'imposta. Immaginò e tenne fermo il bollo; e fu l'imposta che lo rese più impopolare, quella che fu presa a pretesto del suo sterminio. Del resto, la regolarità della sua amministrazione era esemplare; i suoi resoconti, ch'egli, con esempio nuovo, rendeva pubblici ogni anno, erano modelli di chiarezza, di semplicità e di esattezza nei risultati; gl'impiegati del suo ministero non erano esuberanti; frammezzo alla rovinosa politica dell'Imperatore, aveva potuto consacrare in nove anni settantacinque milioni, somma per allora enorme, ad opere pubbliche nell'interno del Regno; le spese di esazione, sopra un bilancio di centocinquanta milioni, non superavano l'8 ½ per cento. Era insomma, come cittadino, un uomo della vecchia scuola, che preferiva il concetto di giustizia a quello di libertà; come ministro, un finanziere sullo stampo di Colbert e del barone Louis, che credeva la severità verso gli individui guarentigia necessaria dell'imparzialità verso il pubblico. Morì per non essersi saputo persuadere che, in un momento di vertigine, una città mite e gentile, governata da magistrati e da generali, potesse cercare nel cadavere d'un ministro la prova della sua attitudine a reggersi come Stato liberale e indipendente.
La catastrofe del 20 aprile ebbe un'eco dolorosa in tutta la Lombardia, e la pietà per la vittima non tardò a prevalere, dietro la guida di un poeta gentile, che vendicò col vernacolo popolare il popolare traviamento di quella giornata[22]. Sopra Milano pesò per lungo tempo la cupa tradizione di quella tragedia. Eppure, bisogna essere giusti, Milano non ne è responsabile che per metà. Tutto dimostra ormai che la maggior parte dei saccheggiatori e degli assassini era stata chiamata da fuori; dentro, pur troppo, erano gl'inspiratori, e questi la storia deve cercarli e punirli piuttosto nelle classi colte che nelle classi popolari della città.
La plebe milanese si trovò spinta al delitto dall'esempio attivo di altre plebi rovesciatesi in mezzo a lei e dalla colpevole tolleranza di uomini d'alto grado ch'essa era avvezza a rispettare. È un cumulo di responsabilità, maggiori o minori, di prima o di poi, d'influenza o di acquiescenza, che ormai nessuno può togliere più ad una parte dell'aristocrazia milanese del 1814. Tanto è vero che subito dopo molti sentirono la necessità di scolparsi, di giustificarsi, di discutere. Gli stessi coalizzati, come avviene dopo un delitto o dopo una sventura, si sconfessarono l'un l'altro, rispettivamente alle singole ingerenze prese da ciascuno in quella settimana di storia. Il generale Pino, il conte Confalonieri, il conte Guicciardi, il conte Giovio, il senatore Armaroli scrissero tutti e subito intorno a quei fatti, e non tutti li scrissero nel modo istesso. Carlo Verri lasciò pure le sue memorie autografe; memorie che non sempre combaciano colle altre scritture dei contemporanei, e che soltanto da due anni furono pubblicate. Il Confalonieri protestò fieramente contro i sospetti da cui si vedeva assalito, si appellò alla sua educazione, alla stessa riputazione sua di nobiliare alterigia, per negare gli atti volgari e violenti a lui attribuiti; invocò il giudizio e la stima del duca di Lodi, che questi, in una sua lettera, pacatamente accordò[23]. Vere od erronee quelle accuse dominarono per lunga pezza la vita successiva del Confalonieri; il quale, nelle sue irrequiete cospirazioni, nell'attività che pose ad ogni sviluppo d'istituzioni politiche ed educative, nella stessa audace noncuranza con cui affrontò nel 1821 l'arresto ed il processo che facilmente avrebbe potuto schivare, parve all'opinione pubblica invaso da un fervido desiderio di espiare con patriottiche sofferenze un pensiero di colpa o di rimorso. La sua lunga e nobile prigionia, la fiera calma del suo contegno in quel colloquio col principe di Metternich, che ci ha rivelato recentemente il biografo di Gino Capponi[24], hanno raggiunto quello scopo, se mai lo cercava; ed oggidì il nome di Federico Confalonieri è un nome che suona onore d'Italia, è il nome di un generoso che non si può rammentare senza emozione e senza rispetto.
Quanto al generale Pino, la sua situazione innanzi alla storia è tutt'altra. Pino s'è difeso con molti opuscoli contro le imputazioni che gli vennero mosse; ha creduto dimostrare la propria energia, asserendo di essere stato traverso la folla, alla casa del Prina, mentre era invasa, di non avervi trovato il ministro e di aver dovuto respingere degli insulti.... alle sue decorazioni. Ma i fatti sono questi.