Già fin dal mattino del giorno 17, dopo la prima seduta del Senato, il generale Pino aveva avuto un lungo abboccamento segreto con Giacomo Luini, direttore generale della Polizia; e il giorno 20, quando già la sommossa si disegnava, Giacomo Luini aveva mandato fuori di Milano due compagnie di truppa regolare a difendere il passaggio del Ticino.... che nessuno assaliva. E poche ore dopo, nel fitto della Rivoluzione, Giacomo Luini si nascondeva presso il conte Giberto Borromeo, uno dei capi del partito favorevole all'Austria.

Quando il generale Bianchi-d'Adda, facente funzione di ministro della guerra, dopo l'assalto al palazzo del Senato, incaricò Pino di assumere il comando di tutte le forze ed ordinò al capitano Vercellon di mettersi, con una quarantina di uomini, a disposizione del prefetto della polizia dipartimentale, Giovanni Villa, fu un ajutante del generale Pino che intimò a quello squadrone di retrocedere in castello, mentre già la folla cominciava a fuggire, al primo avanzarsi di quei granatieri per la via di S. Giuseppe.

L'intendente di finanza, Frigerio, che teneva duecento guardie doganali a propria disposizione nel locale di S. Giovanni alle Case Rotte, proprio nel centro della sommossa, mandò a chiedere a Pino la facoltà di farle uscire, garantendo di vincere il tumulto e di liberare il ministro. Il generale Pino non gli diede risposta. Ed il fatto era udito pochi anni dopo, raccontato dallo stesso Frigerio, da una persona vivente degna di tutta fede.

Non basta; il giorno dopo, essendosi arrestati parecchi sicarj, che volevano continuare le turbolenze, Pino ordinò al generale Paini che fossero tosto rimessi in libertà, e fu destituito il prefetto Villa, che aveva cominciato i processi, malgrado gli ordini datigli di non far nulla.

E finalmente, quando tre giorni dopo, i generali Teodoro Lechi, Paolucci e Palombini vennero a Milano, nella speranza di persuadere Pino a reagire contro gli avvenimenti e a tentare una resistenza armata contro l'Austria, si udirono cinicamente rispondere dal loro collega! “la faccenda fu assai ben condotta, giacchè se volevasi una vittima, bastò una sola, nè fu scelta male.„

Quando sopra un uomo pesa la responsabilità di questi fatti e di queste parole, lo storico non ha più un processo da fare, ha un giudizio da pronunciare.


Colla giornata del 20 aprile fu raggiunto veramente lo scopo della Rivoluzione e distrutta ogni base su cui poggiava il primo Regno d'Italia. V'ebbero bensì tumulti e resistenze e saccheggi anche il dì dopo; ma la stessa facilità con cui fu repressa in quel giorno l'azione delle turbe sguinzagliate a disordini, prova quanto sia stata colpevole l'autorità pubblica nella tolleranza del giorno prima.

Eugenio Beauharnais seppe il 21 mattina, per un corriere speditogli durante la notte dal ministero della guerra, le prime notizie della Rivoluzione milanese. Aveva appunto spedito al generale Pino l'abbozzo di un decreto veramente esemplare per la legalità e lealtà delle sue disposizioni. In esso riconosceva cessati i propri poteri, per l'abdicazione dell'imperatore, da cui li aveva ricevuti; proponeva l'immediata convocazione dei Collegi elettorali e la formazione di un Governo provvisorio, presieduto dal duca di Lodi.

Le notizie di Milano ruppero bruscamente, con ogni sua speranza, ogni previdenza sua. Leale verso il paese, come lo era stato verso Napoleone, respinse le istanze di Teodoro Lechi, dirette a far marciare sopra Milano una parte dell'esercito, per ripristinarvi la sua autorità; pubblicò un proclama all'esercito ed uno al popolo italiano, congedandosi da entrambi con generose parole; e al duca Melzi scriveva, con mesta amarezza: “tous mes devoirs ont cessé... je n'ai plus d'ordres à donner.„