Il proscritto milanese si sottraeva, come e quando poteva, a simili pubblicità. Studiava, secondo l'antica abitudine, uomini, istituzioni, movimento scientifico; e v'è una sua lunga lettera, in cui parla delle nuove applicazioni dell'elettricità, e suppone, con notevole preveggenza, che questa forza debba potere in seguito adoperarsi pei trasporti e per l'illuminazione.

In America trova Pietro Borsieri, suo compagno di sventura, e lo soccorre con fraterna larghezza; trova il principe Luigi Bonaparte, che lo colma di gentilezze, e vi risponde con severo riserbo.

Torna in Europa, va a Parigi, e Luigi Filippo lo sbandisce entro ventiquattro ore dal regno, per compiacere alle richieste dell'ambasciatore d'Austria.

Questi pretendeva che il Confalonieri avesse violato uno dei patti dell'amnistia concessagli, cercando di vivere in Europa. E lasciava che questa sua accusa si diffondesse, tanto che un giornale, il Temps, la raccolse per conto suo e stampò un articolo abbastanza ingiusto per l'esule milanese. Il Confalonieri non accettò di sopportare in silenzio questa duplice ostilità. Scrisse al Temps una lettera dignitosa per rivendicare i suoi diritti e ristabilire la verità delle cose[49]. L'incidente destò rumore; parve indegno che due governi si unissero per togliere ad un uomo la libertà del suo domicilio; e il ministero francese, spaventato dalle fiere proteste dell'opposizione parlamentare, revocò il suo decreto.

A Vichy s'incontra per la prima volta, dopo lo Spielberg, con Giorgio Pallavicino; e fra quei due uomini, così duramente provati dal destino, la prima impressione è piuttosto d'imbarazzo che di simpatia. Le origini del processo pesavano sulla loro memoria. Ma quel broncio, in terra straniera, fra due vecchi patrioti, addolorava un giovane patriota, e Carlo D'Adda si prese l'assunto di ravvicinarli e riconciliarli. Strano a dirsi, non fu il Confalonieri l'uomo di cui si dovettero vincere le esitazioni.

L'amnistia del 1838 riapre al profugo illustre le mura della sua Milano, ed egli vi trova le antiche amicizie, risaldate dal rispetto che impongono le sofferenze nobilmente patite. Trova la situazione politica migliore di quella che vi aveva lasciata; perchè la rivoluzione del 1830 ha data una nuova sconfitta alla reazione; e perchè il suo sacrificio e quello dei suoi compagni ha ingagliardita la fibra popolare, rialzando, colla virtù dell'esempio, le coscienze prostrate. L'antico prigioniero è affranto, malaticcio, solitario, aspro di umore e di carattere; ma il rispetto dei patrioti e dei giovani lo accompagna; quando passa a cavallo, dinanzi al ginnasio di S. Marta, gli scolari escono per vederlo e si scoprono il capo dinanzi a lui; Giuseppe Mazzini gli scrive: “fin dai miei primi anni di gioventù ho imparato a stimarvi e ad amarvi.... Parmi che uomini come voi debbano essere serbati non solamente a patire, ma a fare. E parmi che le occasioni non mancheranno.„

Sventuratamente, quando le occasioni vennero, Federico Confalonieri non v'era più. V'è e rimane la fama di lui, che per l'insieme dei fatti e per lo sdrucciolo delle odierne moralità politiche, bisogna sperare sia più vicina a crescere che a diminuire.

Quella generazione del 1821, resa sacra dal patriotismo, non possedeva nel suo complesso i requisiti necessari al còmpito che i tempi duri le avevano assegnato. Fra uomini colti e miti, come il Pellico, come l'Arrivabene, come l'Arconati, e giovani facilmente avventati, come il Pallavicino, il Trecchi, il Borsieri, soltanto Federico Confalonieri ebbe tutte le qualità del cospiratore, del capo di parte, dell'uomo di Stato. La generosità dell'indole sua è provata dalla grande solidità degli affetti che a molte persone superiori seppe inspirare. Dove si trovava era il primo, e nessuna gelosia turbava questa sua preminenza. Le lettere che gli scrivono Silvio Pellico, Lodovico de Breme, Pellegrino Rossi, il Mompiani, gli Ugoni sono calde di una vera amicizia. Teresa Casati crea per lui una leggenda di amor conjugale. Il Mazzini e il Manzoni lo amano di pari affetto. Alessandro Andryane gli dedica un culto idolatra. Quando i condannati camminano verso lo Spielberg, circondano lui d'ogni dimostrazione di simpatia e di rispetto. Il commissario che il conduce scrive: “sentivano essi ogni sua fisica e morale alterazione, nè di altro si occupavano che dello stato del Confalonieri[50].„

Un uomo che si concilia da persone così diverse, e in così diverse situazioni, sentimenti così profondi, doveva essere uomo di qualità superiori; la sola energia del carattere non sarebbe bastata a giustificarli. Forse le occasioni soltanto gli mancarono per essere un uomo grande. L'ambiente di compressione e l'epoca di transizione dovettero unirsi per impedirgli maggiore svolgimento di facoltà e di azione[51].

Quando il Confalonieri morì, i suoi funerali servirono al popolo ed alla nobiltà milanese di occasione per confondersi insieme sulla piazza di San Fedele e compiere la prima di quelle dimostrazioni politiche, alla cui serie doveva seguire l'ammirabile concordia delle cinque giornate. E certo quel generoso spirito dovette essere lieto nell'infinito che il suo cadavere giovasse a così fecondo suggello delle sue speranze. Era stato, vivendo, il martire; doveva essere, morendo, il profeta del patriotismo. V'è qualche sintesi a trarre, in vantaggio dei tempi nostri, dall'insieme doloroso e glorioso dei fatti che siamo venuti esponendo o riassumendo? Se v'è, potrebb'essere questa.