Ma il forte italiano ruppe i cupi disegni che sorridevano all'Imperatore e al ministro, e l'avvenire di Carlo Alberto fu libero. Il principe di Metternich si congedò dal suo interlocutore come un carnefice dalla sua vittima. “Signor conte„ gli disse colla più ironica disinvoltura “debbo intervenire ad un ballo e non posso farmi aspettare. Mi dispiace ch'ella si ostini a voler seguire diversa via.„ E, accendendo ad un doppiere il suo zigaro colla massima indifferenza, s'inchinò come avrebbe fatto a Milano nel palazzo Confalonieri, ed uscì dalla stanza.
Il richiudersi di quell'uscio dovette certamente essere pel conte Federico un istante di tremenda emozione. Aveva avuto un'ora di illusione dei vecchi tempi, degli urbani colloquj; ora gli si aprivano anni di umiliazioni, di fame, di catene. Quell'austero carattere non si piegò. Da quell'abboccamento il ministro usciva rimpicciolito, il prigioniero ingrandito. Il primo era un uomo di Stato che si tramutava in delegato di pubblica sicurezza, il secondo era un ribelle che si tramutava in uomo di Stato. Il primo s'avviava, uscendo da quella stanza, ai balli, ai congressi, a tutte le voluttà della vita, ma era e si sentiva vinto da quel pallido galeotto, che, avviandosi invece verso le regioni dello squallore, constatava ancora una volta in faccia alla storia l'impotenza della tirannide contro la virtù[47].
Del lungo martirologio di Confalonieri allo Spielberg possono avere esatta nozione tutti quelli che hanno letto i libri di Pellico o di Maroncelli o di Andryane o di Giorgio Pallavicino. Divenuto un numero, come tutti gli altri, Francesco imperatore li trattò tutti insieme coll'eguale squisitezza del tormentare[48]. Aveva nel proprio gabinetto il piano di quelle prigioni e credeva uno dei più sacri doveri dell'eccelsa dignità sua dirigere personalmente la gradazione di sofferenze de' suoi prigionieri. A lui si doveva ricorrere per aumentare o diminuire la razione di fagiuoli che si accordava ai condannati. Egli permise, dopo mesi di atroci dolori, che si amputasse la gamba a Piero Maroncelli. Ci volle un chirografo imperiale per munire il calvo capo di Costantino Munari d'una parrucca di pelo di cane. Il passero addomesticato, che era divenuto l'amico del prigioniero Bachiega, gli fu sequestrato, poi restituito, morto, per ordine dell'Imperatore. Fu egli che fece rinchiudere Giorgio Pallavicino in una cella con un matto furioso. Confalonieri pativa di asma e l'imperatore d'Austria fece togliere un cuscino disotto al capo dell'uomo che era stato ambasciatore presso di lui. La mente si confonde a pensare quanta ferocia può accumulare un odio politico nel cuore di un uomo che ha moglie, che ha figli, che prega Iddio! Perfino questo conforto del pregare era stato avvelenato al Confalonieri; ed egli, uomo di fede cattolica, dovette astenersi dalle pratiche religiose, perchè il sacerdote delle carceri ne approfittava per ispingerlo a confidenze, a rivelazioni, ad accuse contro Carlo Alberto.
Le discipline carcerarie erano vigilanti e rigorose; però gli affetti ch'egli aveva lasciato fuori del carcere si coalizzavano con efficacia ed erano riusciti a regolare un piano di fuga che aveva le maggiori probabilità di successo. Venutone a cognizione, il Confalonieri si dice avesse chiesto se al suo compagno di cospirazione e di carcere, Filippo Adryane, sarebbe pure stato concesso il mezzo di fuga. Rispostogli che la combinazione non poteva estendersi ad altri, senza certezza d'insuccesso, ricusò di approfittare solo di questo sforzo d'amici. La salute della contessa Confalonieri si aggravò del nuovo eroismo e del nuovo dolore.
Scrisse in carcere le sue Memorie; dieci fascicoli di carattere fitto che non si possono guardare senza emozione, pensando al luogo dove furono scritte e alle lagrime che avranno costato.
Le dirigeva, con affettuose parole, alla consorte Teresa, di cui certo in quegli anni avrà apprezzato l'amore più che in ogni altra epoca della sua vita.
Si struggeva dal desiderio di poterla rivedere, e lo sperava. Ma un giorno entra nel suo carcere un commissario ruvido e impettito. “Numero sette„ gli dice “S. M. l'Imperatore si degna di farvi sapere che vostra moglie è morta.„ La pagina che segue nelle sue Memorie a questo annuncio è straziante. Cessa di scrivere perchè non ha più il Nume che lo inspirava. Nelle ultime pagine, le sue riflessioni si volgono di preferenza ad argomenti spirituali. Quando Francesco muore, e il suo successore spalanca, non senza restrizioni, le porte delle prigioni politiche, Confalonieri è un uomo, come Pellico e più di Pellico, avvolto nell'atmosfera di un misticismo religioso profondo. Sicchè dovette certo suonargli gradita l'epigrafe apposta ad un libro che trovò a Gradisca, inviatogli dal suo condiscepolo e quasi fratello, Alessandro Manzoni.
“Che può l'amicizia lontana per mitigare le angosce del carcere, le amarezze dell'esiglio, la desolazione di una perdita irreparabile? Qualche cosa quando preghi; chè, se sterile è il compianto che nasce nell'uomo e finisce in lui, feconda è la preghiera che vien da Dio e a Dio ritorna. — Milano, 23 aprile 1836.„
Rispettiamo l'evoluzione di queste coscienze, che, dopo 15 anni di colloquio col proprio dolore, hanno trovato una via. Quante cose, al mondo, sembrano diverse, guardate al lume della solitudine e della sventura!
Federico Confalonieri fu, nell'ultima fase della sua vita, uomo e patriota alto d'istinti, com'era stato nella prima. Il carcere non lo aveva domato, la libertà non lo sbilanciò. Condottosi in America, vi trovò accoglienze così romorose quali non potevano convenire al suo carattere chiuso ed austero. Vi era stato preceduto da un articolo dell'Edimbourg Rewiew che ne faceva altissime lodi. Più, v'era conosciuto e assai popolare il nuovo libro di Pellico: Le mie prigioni, la cui traduzione si leggeva anche nei più meschini abituri. Il Confalonieri fu dunque accolto con quegli entusiasmi, di cui la razza anglo-sassone non cede in alcune occasioni il privilegio alle razze latine. Lo chiamavano il martire del miglioramento umano; lo pregavano di benedire, di battezzare i bambini; domandavano al suo cameriere qualcuno dei suoi grigi capelli.