Gli episodj che seguono la condanna del Confalonieri sono strazianti. Bisognerebbe possedere la tavolozza di Ary Schäffer o la penna dell'autore dell'Ildegonda per descrivere le emozioni di quell'infelice famiglia, la costernazione del pubblico sentimento; per interpretare quell'immenso dolore e quell'immensa pietà.

Il vecchio padre Vitaliano, la giovane sposa, il fratello Carlo, il giovinetto cognato Gabrio Casati partono precipitosamente per Vienna il 2 dicembre (1823); il cupo imperatore li fa aspettare fino al 24; e sceglie la vigilia di Natale per ricevere, non Teresa, che non volle veder mai[45], ma il padre e i due giovani e annunciar loro che ha confermato la sentenza di morte.

Il vecchio padre è per isvenire dal dolore a così crudele notizia. Gabrio Casati, forte della sua giovinezza e della sua innocenza, parla, prega, scongiura; e il Tiberio austriaco risponde freddo e sentenzioso: “valga l'esempio di siffatto castigo a voi giovane e a tutta la lombarda gioventù, perchè abborriate dalle congiure. Se vi preme di abbracciare anche una volta il congiunto, correte precipitosi a Milano.„ E quelli corrono, e con essi corre la sventurata Teresa, a cui l'imperatrice Carolina, confondendo le proprie lagrime colle sue, aveva promesso che insisterebbe colla maggior seduzione presso l'imperiale marito.

E insiste infatti, e nella notte del Natale, giovata da un dubbio sulla legalità del processo e dalla ingrata impressione fatta sulla città e sull'aristocrazia viennese dall'implacabile linguaggio dell'Imperatore, ottiene che una staffetta sia spedita a Milano coll'ordine di sospendere l'esecuzione. La previdenza tutta femminile dell'imperatrice le fa aggiungere l'invio di una seconda staffetta; e infatti è questa che giunge in tempo, essendosi l'altra attardata per via.

Però, crudele perfin nel bene, Francesco II impedisce alla consorte di partecipare questa notizia alla Teresa, che viaggia con tanta angoscia nell'animo, mentre una parola avrebbe potuto lenirla d'assai.

A Milano sa che Federico è ancor vivo, ma non può rivederlo. Si raccolgono firme per un indirizzo all'Imperatore, e la città commossa ne offre a centinaja, prima fra queste quella di Alessandro Manzoni. Gabrio Casati riparte a furia per Vienna, con queste firme, colle preghiere di grazia del Vicerè, dell'arcivescovo Gaisruck, di Maria Luigia, duchessa di Parma. E finalmente l'Imperatore, mosso piuttosto da pressioni viennesi che da preghiere italiane, faceva grazia della vita e permetteva che a Teresa fosse accordato un ultimo colloquio collo sposo infelice. Non permise però, — cuore di marmo, — che a Federico rimanesse un cuscino, trapunto dalle sue mani e su cui essa aveva versato tutta un'intimità di baci e di lagrime, atta a consolare per molti anni nella sua carcere il derelitto!

Il 20 gennajo 1824, i condannati, graziati della vita, furono esposti alla berlina fuori del palazzo criminale. Soldati e gendarmi circondavano il triste impalcato, e pur troppo non mancava una folla di mascalzoni e di baldracche all'ignobile esposizione[46]. La città fu quel giorno sotto l'incubo del terrore e dell'angoscia; le porte dei palazzi signorili rimasero chiuse; nessuno uscì per visite o per passeggio; al teatro della Scala i palchi furono coperti di nero. S'aprì quel giorno tra il governo austriaco e l'aristocrazia milanese un largo solco, che a poco a poco doveva diventare un abisso.

Prima di essere rinchiuso in quella cella sepolcrale dove gli restavano a passare altri dodici anni di vita, il conte Federico Confalonieri doveva però subire un'altra prova, sottoporsi ad un'altra insidia politica.

Il Tabarrini ha già pubblicato in un suo libro intorno a Gino Capponi quel brano delle memorie inedite di Confalonieri, in cui narra il suo colloquio a Vienna col principe di Metternich. È una pagina epica. Quel potentissimo uomo che si presenta al suo prigioniero come eguale innanzi ad eguale, che gli discorre lungamente, come uomo di Stato ad uomo di pensiero, che fa balenare innanzi a' suoi occhi tutti i miraggi della vita, dell'eleganza, del grado sociale, dell'influenza politica, per istrappare a questo prigioniero una rivelazione, una parola, su cui l'uomo potentissimo fonda tutta una speranza di sistemi e di combinazioni, — è un episodio storico degno di Polibio o di Tacito.

Quella parola, richiesta con tanta ansietà, il prigioniero non l'ha pronunciata. Si voleva da lui qualche cosa che compromettesse Carlo Alberto, che permettesse a' suoi nemici di chiudere ogni avvenire di regno a un principe italiano che pel quarto d'ora aveva contro di sè il sospetto e la sventura, ma nel quale l'Austria, infallibile nell'odio suo, presentiva da lungi il futuro determinato nemico. Federico Confalonieri ebbe in quell'ora nelle mani il destino d'Italia. E lo salvò; coll'intuizione del patriota, se non con quella del genio; lo salvò, sacrificando sè stesso, la sua gioventù, la sua gioja domestica. Il principe di Metternich gli offrì invano un colloquio liberatore coll'imperatore Francesco. Quel beneficio dell'augusta presenza, che il capo di un grande impero negava così duramente alla virtuosa moglie di un nobile gentiluomo, egli l'avrebbe accordato volentieri a quello stesso gentiluomo, fattosi delatore.