Fu inutile. Quanto più pareva che il governo austriaco esitasse a mettere la mano sul gran colpevole, tanto più questi pareva ostinarsi a sfidarne le esitazioni. Era il pensiero che la sua fuga avrebbe potuto rendere più grave e più manifesta la colpa de' suoi amici nel carcere? Era, come fu più volte supposto, l'inconscio desiderio di un'espiazione patriottica per le responsabilità del 1814? Era, come altri gli rimproverarono, l'orgoglio di un uomo che si atteggiava a potenza, e che diceva, come Danton alla vigilia del suo arresto: non oseranno?
La sera del 31 dicembre 1821, Federico e Teresa sono soli in un gabinetto, nella loro casa, ora Lattuada, tra la via Romagnosi e il Monte di Pietà. Entra improvvisamente il solito conte Bolza con due commissarj. Vogliono solamente rovistare alcune carte, ma il Gonfalonieri ha visto nel cortile birri appiattati e comprende che l'ora del dolore è suonata. Teresa dà al marito in uno sguardo un poema di conforti, di ricordi e di addii. E mentre il commissario affetta di visitare lo scrittojo, Federico chiede il permesso di mutarsi d'abiti, entra nello spogliatojo ed apre l'usciuolo della scaletta segreta. Al remore, che non può interamente dissimularsi, il Bolza si precipita nella camera da letto, un altro commissario mette una pistola alla gola della contessa Confalonieri, gendarmi e birri entrano nelle stanze e inseguono su per le scale il fuggitivo. Questi giunge in tempo a calare dietro di sè la pesante botola che copriva la scaletta e si slancia verso il cancello dell'abbaino che ogni sera rimaneva aperto. Un urlo d'angoscia! il cancello è chiuso e la chiave non è sull'uscio.
Invano fruga con febbrile ansietà; invano scuote le rigide barre e cerca con disperato sforzo di sgretolare i mattoni; il tetto, lo spazio, la libertà son lì a due passi le sue mani vi si distendono traverso alle sbarre; ma la botola si risolleva; gli sbirri accorrono, si abbattono sulla loro preda; Federico Confalonieri dà un mesto addio al mondo, alla libertà, alla sua Teresa; è prigioniero.
Nessuno potè mai spiegare in qual modo la via di salvezza preparata con tanta cura si sia trovata al momento del bisogno così fatalmente ostruita. Un agente di casa Confalonieri asserì per molti anni che soltanto per misura di sicurezza interna, il maggiordomo di casa, ignaro del vero scopo di quell'apertura, avesse, qualche giorno prima, fatto chiudere il cancello. Nella famiglia durò lungamente la tradizione che un servitore, da poco tempo assunto, e boemo di nascita, avesse in quel mattino chiuso il cancello e nascosto la chiave.
Il processo del conte Confalonieri è una delle maggiori iniquità giuridiche di cui siano fecondi i moderni tribunali straordinarj. Nulla fu rispettato, nè le forme, nè la coscienza, nè i diritti del prigioniero. L'insidia e la ferocia ne vegliano le ore, durante il carcere d'inquisizione e durante quello di pena.
Domanda un Codice penale, e gli viene rifiutato. Esige, a tenore di legge, che due probiviri assistano agli interrogatorj per la regolarità del processo, e gli destinano due giudici tratti dal seno della Commissione straordinaria inquirente. Convintosi una volta della falsità di una deposizione presentatagli a firmare, la riassume nella sua risposta protocollata, ed il giudice gli straccia sul viso deposizione e protocollo, perchè non ne rimanga traccia negli atti. Si cerca interrogarlo di notte, rompendogli il sonno; durante accessi di febbre; subito dopo qualche colloquio colla moglie, da cui esca addolorato o commosso[42].
I capi d'accusa sono quattro. Gli contestano: 1.º di avere mandato ad annodare intelligenze col principe di Carignano; risponde di averlo fatto soltanto per gli scopi del mutuo insegnamento e sfida a produrre lettere che parlino d'altro; 2.º di essere notato fra le carte sequestrate al principe della Cisterna come l'individuo di maggiore influenza a cui far capo in Lombardia; risponde, non avere avuto corrispondenze di sorta, non essere responsabile di supposizioni o di opinioni che altri esponga sul conto suo; 3.º di essere entrato in conciliaboli diretti ad assassinare il maresciallo Bubna; risponde sdegnoso che le relazioni di amicizia personale esistente fra lui e il maresciallo lo avrebbero fatto correre in sua difesa se lo avesse supposto minacciato da altri; 4.º di avere insistito perchè i rivoluzionarj di Torino entrassero in Lombardia; risponde, provando d'avere scritto al San Marzano, per isconsigliarlo vigorosamente dal passare il Ticino.
Sopra nessun punto è debole, in nessun argomento si lascia vincere dallo sconforto. È un inquisito che mette in contraddizione i suoi giudici, non lascia mettere sè. Non accusa nessuno, ma si scolpa d'ogni imputazione[43]. Un tribunale onesto avrebbe dovuto dimetterlo per mancanza di prove. La Commissione straordinaria lo condannò a morte.
Ma lo si voleva condannare. Volevano che non isfuggisse allo Spielberg la sua maggior preda; che Milano fosse percossa di terrore, vedendo troncato il suo più alto papavero. Un inquirente novizio, un giorno che Salvotti era assente, gli aveva detto: “Della reità sua, signor conte, nessuno può dubitare; ma il trovarne le prove è un affare imbrogliato. Per condannare tutti gli altri a morte, abbiamo prove più del bisogno; ma se non si potesse condannar lei, che cosa direbbe il pubblico?„ Un altro giorno finalmente lo stesso ingenuo gli dice: “Il Salvotti ha studiato tutti questi giorni il suo processo, e questa mattina era tutto contento, dicendo d'averla trovata anche per lei.„
Che cosa aveva trovato questa tigre contenta? null'altro ancora fuorchè la lettera scritta al San Marzano per distoglierlo dalla spedizione. È quella il capo d'accusa, l'argomento che lo fa condannare a morte. Il Salvotti trova che non era scritta con buono spirito. “Le intenzioni„ risponde calmo il Confalonieri, “le vede Iddio. La mia lettera ha servito ad impedire l'impresa e non a favorirla. Ecco tutto quello che posso dire[44].„