Il Confalonieri non voleva essere inerte spettatore delle novità piemontesi. Ma era malato di febbre e non poteva viaggiare. Incaricò due giovani amici suoi, Giorgio Pallavicino e Gaetano Castillia, di recarsi a Torino a proporre accordi. Quelli andarono, videro il generale Della Torre, parlarono a Carlo Alberto, e tornarono persuasi che non v'erano sufficienti forze militari per attaccare gli Austriaci. Saputo ciò, il Confalonieri disdisse prudentemente in Lombardia ogni disposizione di moto, e scrisse anzi, trasmessa dal Pecchio, una lettera al conte di San Marzano, sconsigliandolo dal tentare invasioni inefficaci al di qua del Ticino[39].
La polizia austriaca aveva notato questi andirivieni e stava in agguato. Fra le carte trovate nella carrozza del principe di Cisterna, v'erano indirizzi di varj personaggi italiani, e fra i lombardi si raccomandava Federico Confalonieri. Bastava perchè fosse attentamente vigilato, come si vigilavano il Pallavicini e il Castillia. Questi era inoltre sospetto per frequenti relazioni sue colla Spagna, allora in auge presso i congiurati per la sua Costituzione del 1812 e per l'appoggio che dava loro in Torino l'inviato diplomatico conte Bardaxi. Sopra un anello che il Castillia portava in dito, si potè leggere un motto che fu subito considerato come linguaggio settario: leggi e non Re; Italia c'è. Si decide una perquisizione nella casa di Castillia e il commissario Bolza trova, involta in una camicia, una lettera scritta ad Emanuele Marliani, noto liberale italiano, allora in Ispagna. Ciò basta perchè il Castillia venga imprigionato; ma non basta perchè si scoprano complici e fatti. Per alcuni giorni si va a tentoni; interrogando a destra e a sinistra, specialmente delle signore.[40]
Allora l'imperatore Francesco istituisce, per avviare il processo, una Commissione straordinaria inquirente, affidandone la direzione all'acuto ed accanito Salvotti. Questi ottiene dal consigliere Pagani, direttore di polizia, una relazione scritta, per incarico suo, da Carlo Castillia, fratello dell'arrestato, che, avendo fatto parte di una seduta cospiratoria in casa di Pecchio, con Benigno Bossi, Borsieri e il conte Arrivabene[41], ne aveva dato alla polizia i ragguagli ed informava su molte cose attinenti alla rivoluzione piemontese allora soffocata. Il processo comincia a prendere proporzioni e l'inquietudine si sparge fra i liberali.
Forse però sarebbe stato difficile procedere ad altri arresti, essendo il Pecchio fuori di Stato, se al marchese Giorgio Pallavicino, giovane di caldi sensi e di animo generoso, non fosse balenata una ispirazione che soltanto la mente affatto inesperta poteva fargli credere di antica virtù.
Supponendo che il Castillia fosse arrestato pel suo viaggio in Piemonte, si reca difilato dal direttore di polizia e gli dice: “Gaetano Castillia fu da me trascinato in Piemonte; se quel viaggio è riputato delitto, io solo sono il delinquente; io solo adunque sono meritevole di pena.„
È facile pensare che l'atto inconsiderato del marchese Pallavicino doveva perdere lui ed altri, non salvare nessuno. Per quel giorno lasciarono ritornare l'incauto giovane a casa e tesero le loro reti. La sera dopo, mentre il Pallavicino è nell'atrio del vecchio teatro Re, si vede a un tratto dirimpetto il conte Bolza, ai lati due gendarmi travestiti, e un altro commissario Cardani, che, con un sorriso sulle labbra, da disgradarne quello dei birri a Renzo, al momento di mettergli i manichini, gli dice rispettosamente: “signor marchese, il direttore generale di polizia vorrebbe dirle una sola parola.„
È la frase d'obbligo del tempo e del caso. Il Pallavicino non resiste, nè può resistere. Due giorni dopo, condotto innanzi alla Commissione inquirente, il Salvotti gli mostra sopra un pezzo di carta la firma del Confalonieri e gli dice che ha saputo da un esame suo tutte le circostanze della cospirazione. L'insidia volgare riesce; al giovane, già percosso di dolore e di stupore, richiamano alla memoria la madre sua che lo adora. Uno de' commissarj, con cinico inganno, dichiara d'averla or ora lasciata tutta convulsa ed in pianto. Il Pallavicino ha scritto egli stesso, con molta lealtà, la confessione di quel terribile quarto d'ora. “In quel momento io perdei l'uso della ragione; farneticavo, sopraffatto dal dolore.... caddi nel laccio.„
La deposizione del Pallavicino allarga il processo; si fanno arresti a Pavia, a Brescia, a Mantova. Invano lo sventurato, ravveduto dalla commozione e dall'inganno, cerca ritrattarsi, confondere i giudici, fingendosi pazzo e ostinandosi lungamente in questa finzione. Era troppo chiaro che una pazzia venuta dopo non poteva infirmare deposizioni fatte prima che quella sopraggiungesse.
Nella città intanto cresceva l'inquietudine, e tutti gli occhi si volgevano al Confalonieri, ritenuto il capo e l'anima di ogni cosa. Si arrestavano intorno a lui il Borsieri, il Tonelli, il colonnello Arese, ed egli non si moveva. Aveva fatto costruire nella sua alcova una scala segreta che metteva ad un abbaino, e aspettava. Invano gli amici lo esortavano a mettersi in salvo. Il maresciallo Bubna, trovatosi una sera colla contessa Confalonieri nel palco della duchessa Visconti di Modrone, le disse con marcato accento: “perchè il conte Federico non si reca in campagna? mi pare che l'aria libera gli farebbe gran bene.„ Vuolsi che la stessa moglie del maresciallo, dama di squisita educazione, avesse pregato, piangendo, la contessa Confalonieri a voler allontanarsi da Milano con suo marito.