Il Governo accordava dapprima volentieri il permesso, ma poi, sospettoso degli scopi e visto il gran numero di scuole che si fondavano, ritirò l'autorizzazione e ne decretò la chiusura. Intanto, la novità aveva servito ad allacciare molte relazioni, ad agitare questioni d'istruzione pubblica, a mettere in evidenza la cultura e l'amor del paese che nutrivano i liberali. Il Confalonieri s'era posto in corrispondenza per tali imprese con uomini distinti d'ogni parte d'Italia, col Mompiani di Brescia, col conte Giovanni Arrivabene di Mantova; s'era fatto presentare per lettera da Gino Capponi a Carlo Alberto, principe di Carignano.
Per allargare e rassodare questo movimento di spiriti che doveva, secondo i suoi promotori, preludere a rinnovazioni politiche, si fondò un giornale, il Conciliatore; macchina di nazionalità e di progresso, di cui s'era avuto cinquant'anni prima l'inspirazione nel Caffè, e di cui si avrebbe avuto trent'anni dopo nel Crepuscolo una gloriosa ripetizione.
Il conte Luigi Porro-Lambertenghi era il braccio destro di Confalonieri in tutto questo tramestio. Anzi fu lui che sostenne le spese della pubblicazione e ne diresse gli andamenti. E con lui sul Conciliatore scrivevano, con pensieri rinnovatori, Gian Domenico Romagnosi, Giuseppe Niccolini, Silvio Pellico, Lodovico De Breme, il Sismondi, Ermes Visconti, Pietro Borsieri, Giuseppe Pecchio, Giovanni Arrivabene, Giovanni Rasori, Filippo Ugoni, Giovanni Berchet, tutto lo stato maggiore dell'ingegno lombardo, da cui sarebbero usciti i martiri e gli esuli del patriotismo.
Questo simpatico sodalizio ridava a Milano un po' di tono; si usciva ancora una volta dai discorsi volgari per muoversi in un'atmosfera di novità intellettuali[38]; in casa Trivulzio, in casa Porro, in casa Confalonieri, in casa Ciani, in casa Arconati si raccoglievano a piacevoli e dotte conversazioni i più distinti e i più intelligenti cittadini; non vi mancavano illustri stranieri, che ricercavano con premura l'ingresso a quei circoli, — e lord Byron e M. Necker e lord Brougham e Schlegel e il chimico Davy e il duca di Richelieu. Lo stesso comandante supremo dell'esercito austriaco in Italia, il maresciallo Bubna, frequentava quelle sale del patriziato; dacchè era e si manifestava volentieri uomo di progresso; e nel paese, piuttosto che l'elemento militare, si avversava in quell'epoca l'elemento civile austriaco, perchè il vero colpevole delle smentite promesse e degli abusi della polizia.
Questa non tardò infatti a fermare il moto e a perseguitare i motori.
Nell'ottobre del 1819, il Conciliatore veniva soppresso; nell'ottobre dell'anno successivo, si arrestavano Pellico, Gioja, Romagnosi, — il processo dei Carbonari — e non s'era che al principio; l'anno seguente, le carceri si riaprivano per nuovi illustri, e cominciava il mostruoso processo dei Federati.
A questa setta avevano politicamente aderito il Confalonieri e gli amici suoi lombardi; mentre la Carbonerìa aveva maggiormente invaso le Provincie venete, marchigiane e napoletane.
In queste ultime l'insurrezione era scoppiata nell'estate del 1820, e nell'inverno successivo cominciava a rumoreggiare in Piemonte.
Sui primi di marzo, parte da Parigi per Torino il principe Della Cisterna, gentiluomo nobilissimo e rispettabile, padre di quella che fu regina di Spagna e consorte ad Amedeo di Savoja. Un avviso segreto al conte Lodi, ministro della polizia, gli partecipava che in un doppio fondo della carrozza da viaggio del principe si sarebbero trovate carte compromettenti. La carrozza è visitata, e le carte si trovano. Si cominciano i primi arresti, lo stesso principe Della Cisterna, che parve estraneo alla congiura ordita per mezzo suo, il colonnello Ettore Perrone e il marchese di Priè. Quegli arresti provocano agitazioni, e a furia di spinte e di controspinte si giunge a quel movimento militare, il cui insuccesso procurò a Carlo Alberto così lunghe amarezze.