È rimasta nelle tradizioni storiche di quei giorni una grande oscurità intorno alla vera soluzione che il partito italico avrebbe voluto dare alle cose del Regno. Si conosce il programma dei Mellerio e dei Ghislieri, l'Austria assoluta; si conosce quello dei Verri, dei Guicciardi, della Reggenza, l'Austria con guarentigie amministrative; si conosce quello dei Melzi, dei Paradisi, dei generali italiani, il Regno autonomo colla dinastia di Beauharnais. Ma qual era il programma di Confalonieri, che a nessuno di questi aderiva e che di tutti s'era guadagnata l'ostilità?
Nessuno storico, a nostra conoscenza, l'ha finora accennato; ma fra le carte della famiglia[34] si trovano accenni ad una soluzione, che il conte Federico era forse allora solo a credere possibile, e che i tempi resero più tardi la soluzione trionfante. “Stiano gl'Italiani uniti„ scrive alla moglie fino dal 13 maggio 1814 “non presentino che un solo voto, si dimentichino quel fatale e malinteso patriottismo di città per non servire che al patriottismo di nazione; pronuncino pure i loro sensi altamente, energicamente, li facciano giungere fin qua, e la loro causa non è ancor disperata.„ E più tardi scrive: “Bando alle idee municipali e pregiudicate; la miglior consistenza di uno Stato è legata colla sua compattezza e conveniente linea di confini. Le città non possono essere tutte capitali; e una città grande di uno Stato grande val meglio di una capitale in uno Stato piccolo. Se nel sistema delle reintegrazioni, la Casa di Savoja, già la più forte dell'Italia nordica, dovesse divenirlo di più, è meglio appartenerle che aumentare il numero o far parte dei frazionarj Ducati italiani.„
Da queste lettere spunta veramente un programma; un programma forse — come il diplomatico di Scribe — unitario senza saperlo. Ma l'uomo che fin dal 1814 vedeva nella Casa di Savoja, allora negletta ed umiliata, la soluzione dell'avvenire; l'uomo che, affrontando con largo animo la questione municipale, intuiva le discordie del 1848 e le concordie del 1859; l'uomo che fin d'allora consigliava a Milano, splendida capitale d'un grande Stato, di abdicare, per intenti superiori di nazione, ad orgogli che potevano sembrare legittimi, — quest'uomo doveva unire ad un forte intelletto politico un alto sentimento di convenienza e di generosità[35].
Chiuse le trattative e stabilito irrevocabilmente il destino della Lombardia, Confalonieri non volle spiccarsi da Parigi senza visitar Londra. La sua riputazione vi era giunta prima di lui, ed egli ebbe ovazioni dal partito liberale e dai membri dell'opposizione parlamentare, malcontenta già del trattato di Parigi e della condotta, piena di assenso a tutte le avidità imperiali, che vi aveva tenuto lord Castlereagh. Non volendo aggiungere pretesti a lotte politiche in paese straniero, Confalonieri tornò subito a Milano. Vi prese atteggiamento di altiera disapprovazione per la condotta governativa dell'Austria e per la sleale dimenticanza delle sue promesse. Fu il rigido regolatore del piccolo partito nazionale rimasto in Milano; ed ebbe crude parole per le debolezze di amici suoi, del Pecchio fra gli altri e di Ugo Foscolo; col quale corsero sfide, perchè il suo contegno verso le autorità austriache non gli era parso così indipendente com'egli giudicava che il Foscolo avrebbe dovuto serbarsi. E forse dobbiamo alla severità morale del Confalonieri se quell'alto ingegno s'è potuto in quei giorni fermare sulla china pericolosa verso cui l'avviavano le spensierate prodigalità della sua vita gaudente; e se, determinandosi ad emigrare in Isvizzera e a Londra, trovò poi modo di rialzarsi a dignità di lavoro e di riconquistare l'amicizia dello stesso Confalonieri e degli altri liberali che a Milano ne avevano deplorata l'incerta condotta.
Dopo un anno di questa vita milanese, piena di virtù, di riflessioni, forse di pentimenti, il Confalonieri si decide a viaggiare; viaggia colla consorte, viaggia solo, con amici, percorre l'Italia, la Svizzera, e da capo la Francia e l'Inghilterra. Viaggia con molta serietà d'intenti, coll'animo sempre aperto alla patria e all'avvenire. Monsignor Pacca, governatore di Roma, annunciando a chi vi poneva interesse il passaggio per le Romagne del conte e della contessa Confalonieri, notava che a Roma e a Bologna essi frequentavano “la più cattiva compagnia.„ Voleva dire gli uomini che aspiravano a rivolgimenti d'indipendenza.
A Napoli il Confalonieri conosce i Poerio, i Carrascosa, i Cuoco, i Rossaroll e quei due generali Pepe, di uno dei quali, Guglielmo, scrive con tacitiana sentenza: “divenuto famoso senza essere nato a fama.„
In Toscana si stringe di nobile amicizia con quel Gino Capponi che è stato per tre generazioni il modello degli Italiani a cuor largo e a politica generosa. In Isvizzera visita gli istituti di Fellemberg e di Pestalozzi e vi si innamora delle questioni didattiche e dei metodi educativi. In Inghilterra studia tenacemente le istituzioni liberali; è ricevuto a braccia aperte da lord Holland, il patriarca dei liberali inglesi, e un fratello del Re, il duca di Sussex, lo inscrive nella loggia di Cambridge.
In Francia, si lascia attrarre dal vecchio Buonarroti nell'ambiente delle società segrete; nelle quali accetta di entrare, quasi con scettico disdegno, ricusando i giuramenti e gli altri vincoli della setta. È accolto ospite gradito nella compagnia del venerando Lafayette, e vi conosce i Broglie, i Dupin, i Constant, madama di Stael e Larochefoucault-Liancourt e Degerando e Alessandro Laborde. Dappertutto dove va, lo sentono uomo di valore e lo trattano come tale.
Al suo ritorno da questi viaggi, il suo nuovo programma è stabilito. “Federico mio„ gli aveva scritto in quei giorni un amico, profondo, si vede, nella conoscenza degli uomini “soffoca l'invidia colle azioni o l'invidia soffocherà te colle parole[36].„
E il Confalonieri agisce. Raduna un gruppo d'amici, colti, operosi, devotissimi all'Italia ed a lui. Si mettono a patrocinare nuove idee, ad iniziare progressi nuovi, introducono macchine per lavorare il lino, assettano la prima filanda a vapore, fanno solcare da un piroscafo di prova il lago di Pusiano, tentano in un palazzo di Milano[37] il primo esperimento d'illuminazione a gas. Il Confalonieri chiede al governo il permesso di aprire scuole popolari fondate sul sistema del mutuo insegnamento; sistema allora molto in voga per iniziative inglesi e francesi, ma del quale, come sovente, poteva rivendicarsi l'invenzione ad un nostro italiano, quel Castellino di Lecco la cui memoria è ricordata da una lapide municipale sopra una casa della via Alessandro Manzoni.