E se a questa ragione di alta politica, un'altra dovesse unirsene d'indole personale, a giustificare l'antipatia che il Confalonieri nutriva pel Vicerè, non la cercheremmo in un amore ferito, ma in un'ambizione offesa. Il principe Eugenio aveva offerto al conte Federico di essere suo grande scudiere; e l'offerta dovette singolarmente umiliarlo. Al giovane altiero, che si sentiva un valore politico ed era forse troppo impaziente di politiche attività, quel posto di Corte, che gli dava il diritto o l'obbligo di cavalcare sul corso alla portiera del Vicerè, parve piuttosto un insulto che un segno di favore. Rifiutò sdegnosamente, e forse di lì muovono i primi impulsi alla sua tenace ostilità. Da una lettera sua alla moglie e da un'altra a lui scritta da Lodovico De Breme traspare quanto orgoglio venisse offeso da quell'incauta proposta vicereale.
Ad ogni modo, dopo la fatale giornata del 20 aprile, e malgrado l'incerta fama che ne rimane su lui, l'influenza politica del Confalonieri diventa subito grande.
La Reggenza Provvisoria di governo, tratta dal solo partito austriaco, lo sceglie fra i deputati inviati a patrocinare presso le potenze alleate le sorti del Regno. Ed egli, più giovane di tutti, è il capo morale della Deputazione, l'oratore incaricato di affrontare le questioni più delicate, i colloqui più decisivi.
Questa prima missione politica è piena di onore pel conte Federico. Il brillante ordinatore dei minuetti milanesi si muove come un diplomatico esperto frammezzo a quella plejade di imperatori e di marescialli. Non è imbarazzato, non è timido, non è provocante. Vede giusto fino dal primo giorno e non s'illude, nè illude. Il suo colloquio con lord Castelreagh, in cui quel plenipotenziario inglese gli annuncia chiaro e tondo che la Lombardia è data senza condizioni all'Austria, è stato già pubblicato[33]; ma non sono pubblicate ancora le molte lettere sue da Parigi alla moglie, in cui la informa della situazione di Parigi e de' suoi colloqui coi sovrani di Russia e d'Austria.
È appena giunto, e scrive il 4 maggio: “Milano è nell'inganno. Egli è ben doloroso il doverne sortire, quando l'inganno è dolce.... Un mese prima eravamo ancora in tempo per far qualche passo alla nostra politica esistenza; or non ci resta che ad implorarla. Ci verrà essa accordata? l'Austria è l'arbitra, la padrona assoluta dei nostri destini. Non trattasi più di domandare alle Alte Potenze costituzione liberale, indipendenza, Regno, ecc. Trattasi d'implorare ciò che un padrone ci vorrà accordare.„
Assiste all'ingresso in Parigi di Luigi XVIII, e, meravigliato degli entusiasmi che l'accompagnano, scrive con vibrate parole: “Stordita nazione, ha bisogno d'esser condotta colla catena e col flagello! 24 anni di disastri non l'hanno ancor resa alla ragione. Ma l'orgoglio, ma la vanità francese è bassa.... si ubbidisce tremando a chi parla una lingua straniera....„
I suoi abboccamenti coll'imperatore Alessandro e coll'imperatore Francesco sono di notevole interesse storico. Alessandro riceve gl'inviati milanesi come illustri italiani, non come Deputazione. È garbato, ma breve e laconico, quasi per impedir loro affatto d'entrare in materia. Invano il Confalonieri e Alberto Litta prendono due volte la parola; egli la tronca con altiera urbanità sul labbro degli oratori, dice loro delle cose graziose e li congeda coi complimenti d'uso. Forse il contegno dell'imperatore Alessandro sarebbe stato diverso, se la Deputazione milanese avesse avuto il mandato di sollecitare una soluzione favorevole al principato indipendente di Eugenio Beauharnais. Questa soluzione avrebbe avuto tutto il favore dello Czar, che all'imperatrice Giuseppina lo aveva caldamente promesso. E forse in quel punto Federico Confalonieri avrà dovuto pensare come l'essere giovani e audaci non basti sempre a risolvere bene i gravi argomenti, e come il vecchio Melzi avesse avuto, nel suo tentativo politico di un mese prima, intuito più giusto e avvedimenti più sagaci de' suoi.
Quanto all'imperatore Francesco, le sue accoglienze sono egualmente cortesi, ma la sua volontà è inflessibile. “Voi mi appartenete per diritto di cessione e per diritto di conquista, vi amo come miei buoni sudditi, e come tali niente mi starà più a cuore del vostro bene;„ ecco le prime parole con cui l'Imperatore accoglie la Deputazione lombarda. E il Confalonieri scrive alla moglie: “nulla vi ha di lusingante e di paterno che non ci abbia detto in più di mezz'ora di amichevole conferenza, ma egli parlava da padrone, nè vi era luogo a patti.„ Richiesto se almeno acconsentiva che la Corona di Ferro brillasse sul suo capo, unitamente alle altre, ma dalle altre staccata, rispose: “Io non ho progetti ambiziosi, mi occuperò di questa idea, desidero assai farvi contenti; Regno Italico no, perchè io non ispingo le mani a quello che può essere d'altri.„ E cercava in quei giorni di spodestare la dinastia di Savoja!
Alle richieste di Confalonieri per un esercito indigeno, per lo sviluppo degli stabilimenti sorti durante il periodo italiano, per la restituzione dei capi d'arte involati sotto il periodo francese, rispondeva evasivamente: “Lo veggo, avete bisogno di una Corte; vi manderò un Arciduca; sarà ammogliato.„ Quanta meschinità di criterj in così grande sommovimento di cose!
L'Imperatore desiderava però compromettere più a fondo i delegati milanesi; diceva loro che desiderava vederli altre volte per valersi dei loro lumi. Al che rispondeva con prudente fermezza il Confalonieri che “la Deputazione non poteva allontanarsi dallo scopo per cui era stata mandata, senza avere nuove istruzioni.„