Ora può dirsi giunto il tempo d'interpretare l'enigma di questa sfinge? possono dirsi vicini i posteri ad afferrare i confini di questa personalità, a strappare dalle pieghe dell'anima sua qualcuno fra i segreti, onde si compone e continuerà a comporsi la storia psicologica dell'ente umano?
Forse certi fenomeni dell'atavismo potrebbero essere utilmente invocati ad esplicare alcuni lati dell'indole di Federico Confalonieri.
Apparteneva al più antico patriziato milanese, senz'altro forse alla famiglia più antica; poichè, senza voler rimontare alla tradizione di S. Eustorgio, vi sono documenti del secolo ottavo, da cui appare già il privilegio dei Confalonieri di accompagnare nel loro ingresso gli arcivescovi di Milano. Fra i membri di quella prosapia parecchi avevano avuto vicende strane. Un Corrado, dopo avere appiccato incendj, s'era pentito, vedendo condannarsi alla morte un povero contadino pel delitto suo, ed era corso a chiudersi in un eremo, presso Noto, dove stette 36 anni e d'onde uscì beato, poi santo. I Confalonieri furono alleati di Carlo Magno e di Federico Barbarossa. Nel secolo XIII Stefano Confalonieri va ad appostarsi sulla strada di Barlassina ed uccide di sua mano, per fanatismo d'eretici, quel Pietro inquisitore che la Chiesa ha poi canonizzato col nome di S. Pietro Martire. Non vi sarebbe dunque a meravigliare se dall'insieme di queste tradizioni gentilizie uscisse nel conte Federico un tipo rigidamente aristocratico, duramente accentuato, e in lotta continua fra istinti vigorosi di ribellione e vaghe aspirazioni a misticismo religioso.
Durante il Regno Italico, Federico Confalonieri non ci appare che sotto le sembianze eleganti d'un giovane della buona società. È il migliore cavallerizzo, il re delle danze, l'oracolo nelle questioni di buon gusto, di spirito, di duelli. Il Cantù ha pubblicato in un suo libro pieno di sbalzi: il Conciliatore e i Carbonari, alcuni versi di Giovita Scalvini, da cui appare la grande seduzione che esercitava il giovane Confalonieri sugli uomini.... e sulle donne. Teresa Casati, bellissima e dolcissima fanciulla, gli rompe coll'amor suo la vita da scapolo. Ed egli è felicissimo di quell'amore; la giovane coppia conserva il primato delle simpatie cittadine; la Vice-regina vuole la sposa Confalonieri a sua dama di corte, e lo sposo vi acconsente senza entusiasmo.
Verso gli ultimi mesi del Regno, Federico Confalonieri comincia ad assumere atteggiamento politico. Non accetta un ufficio di Corte che Napoleone gli destina[29]; si astiene dallo intervenire ai ricevimenti del Vice-re; parla alto e forte contro le follíe dell'Impero e le sue guerre sterminatrici. Al 20 aprile, ha già fisi sopra di lui gli sguardi del pubblico, ed ogni suo passo è spiato, ogni mossa giudicata, piuttosto con diffidenza che con simpatia. È considerato già come il capo del partito italico; e si separano tanto da lui i capi della soluzione austriaca, il Verri, il Guicciardi, l'Armaroli, quanto egli cerca separarsi dal Melzi, dal Prina, dai capi della soluzione eugeniana. Come accade in tutte le giornate di tragiche commozioni, le accuse e le difese s'incrociano e non riescono a illuminare la scena. Il Verri asserisce di averlo visto nel cortile del Senato dare il segnale di applausi, ed egli afferma in un opuscolo[30] “nessuno potrà asserire d'avermi visto prender parte a que' clamori, sia di plauso, sia d'improbazione.„ L'Armaroli attribuisce a lui personalmente l'atto brutale di avere traforato coll'ombrello il ritratto dell'Imperatore dipinto dall'Appiani e di averlo buttato dalla finestra; e il Confalonieri risponde[31], denunciando al pubblico lo scrittore come “un vile calunniatore„ e protestando di “non avere mai posto, nell'aula del Senato, in quella giornata, il piede.„ Abbiamo visto come il duca di Lodi, uscendo dal suo cauto e silenzioso riserbo, rispondesse ad una lettera del Confalonieri, chiamando “uomini più che imprudenti„ i pubblicatori di quelle accuse contro di lui.
Certo, il Confalonieri agì in tutta quella giornata con impeti giovanili, dei quali pareva che il rancore, un rancore fiero e personale contro il principe Eugenio, fosse l'inspiratore. E s'è molto almanaccato, allora e poi, intorno a questo rancore. Gli si cercarono ragioni speciali, molto intime, punto politiche. Si sono immaginate imprudenze, passioni, vendette, di carattere medioevale.
Il nome, la gentilezza, la riputazione morale di Teresa Confalonieri ci pare che bastino a collocare simili supposizioni fra quelle troppo abusate a spiegare i fatti politici coll'elemento fantastico.
Può darsi che Federico Confalonieri fosse geloso. Lo si è quando si ama e quando non si ama. In tal caso, Dio gli ha riserbata una punizione ben grave. Ma dall'essere geloso ai cupi drammi che la tradizione popolare ha raccolto intorno a quell'altera figura, ci corre assai. Il principe Eugenio Beauharnais era un vagheggino; Teresa Confalonieri era bellissima; Federico era marito ed era orgoglioso; il dramma umano è lì, ma tutto induce a credere che sia stato unicamente lì. Ora, non basta una semplice galanteria di modi o di linguaggio a spiegare il contegno del Confalonieri verso il Vicerè. Un uomo dell'educazione e delle abitudini del conte non poteva spingere all'odio qualche momentanea irritazione per preferenze usate da un principe ad una bella signora, in un'epoca in cui le relazioni sociali non s'inspiravano a claustrali rigidità. D'altronde vi sono lettere del Confalonieri a sua moglie, da Parigi, nel maggio 1814, in cui si esprime intorno ad Eugenio nei termini della maggiore franchezza e intimità; con quell'accento verace di comunanza negli affetti e nei giudizj, che certo non avrebbe potuto usare, se il principe ormai spodestato fosse stato, in qualunque tempo, fra lui e sua moglie una causa di dolorosi rapporti. Si compiace con essa, p. es. perchè alla famiglia Beauharnais non sia stata riserbata, nelle trattative diplomatiche, nessuna principauté. Le dà ragguaglio d'un incontro fortuito avuto con lui nell'anticamera di lord Castelreagh; e le aggiunge scherzosamente: “Sostenni però la dignità della mia rappresentanza, ed egli certo trovavasi più di me imbarazzato.„ Un'altra volta, invitato a pranzo dal maresciallo Berthier, vi trova il conte Méjean, segretario di Eugenio, che gli dice essere stato il principe assai spiacente di non aver veduto da lui nessuno della Deputazione Italiana. E il Confalonieri risponde calmo “che una Deputazione politica non poteva agire individualmente e che anche la semplice urbanità doveva cedere alla posizione gelosa in cui si trovava, dovendo rispondere di sè alla nazione.„
Tutta questa corrispondenza insomma, dettagliata, intima, affettuosa, dimostra che nessuna nube gettava tra Federico e Teresa il nome del principe Eugenio. Sicchè è forza cercare una ragione veramente politica alla condotta sdegnosa ed ostile del Confalonieri verso il più alto rappresentante del regime napoleonico in Italia. A questo regime egli era e s'era manifestato profondamente avverso. Come tutta la gioventù non militare del tempo suo, disperava di un'ambizione che nessuna strage poteva disarmare. Quella nuova Iliade aveva stancato; il nome di Napoleone, ancora pieno di prestigio sugli uomini di guerra, aveva cessato di rappresentare, innanzi agli uomini di pace e di governo, nessuna speranza di benessere o di stabilità. Dopo la campagna di Russia, un lutto profondo aveva regnato nelle famiglie lombarde; di ventisette mila Italiani ascritti al grande esercito, soltanto mille rivedevano, col generale Pino, la patria; altri ventidue mila erano rimasti fra le zolle insanguinate di Spagna. Le guardie d'onore, meno cinque, erano tutte perite[32]. Non bastava la gloria a consolare tante madri. Onde la coscienza pubblica, attonita a questo duello fra un uomo e l'Europa, non osava più ricordarsi dell'idolo antico, a cui l'adorazione aveva pur troppo insegnata la via del male; e si allontanava da quel gigante, sotto i cui passi, come sotto quelli del dio d'Omero, tremava la terra.
V'è una lettera di Confalonieri a sua moglie, da Parigi, pochi giorni dopo l'atto di abdicazione, in cui parla quasi con ira dell'uomo “che ha fatto scannare centomila vittime in sostegno di tutt'altra causa che la loro propria.„ Era veramente la nota dominante, il grido di dolore dell'epoca.