Però intorno e al di sotto di lui, il pensiero politico, la vita pubblica trovavano pastoje difficili a superare, vincoli impossibili a rompere. Quei pochi, fra cui si conservava il fuoco sacro, o avanzi gloriosi del periodo militare napoleonico, o giovani sdegnosi di curvare la loro vita all'ossequio ignominioso dell'epoca, si riunivano, discutevano, deploravano, cercavano di sperare. Impotenti all'azione, si buttarono alla cospirazione; necessità dolorosa nei governi di servitù, deplorabile piaga nei liberi.
Quelle forme, quei segreti, quelle iniziazioni mistiche o paurose, ch'erano state fino allora espedienti per dare importanza ai mediocri od ai pessimi, cominciarono ad essere la seduzione dei cittadini migliori. Le società segrete pullularono, si moltiplicarono, si frazionarono secondo gli scopi, secondo le difficoltà materiali o morali d'ogni singolo centro. L'Italia fu piena di loggie, di vendite, di giuramenti, di motti, di segni di croce, di emblemi, di spade incrociate, di parole incomprensibili scritte col sangue o colla chimica. Tutti gli elementi di qualche valore intellettuale o di qualche vigore patriottico si ascrissero, per illusione di libere solidanze, ai frammassoni, ai carbonari, agli adelfi, ai federati, più tardi alla Giovane Italia. Le polizie non tardarono a fiutare i pericoli, a scoprire i misteri, e in ognuna di quelle illuse consorterie penetrarono elementi infidi, agenti diretti; che si acquistavano naturalmente fiducia, per essere sempre i più pronti e i più arditi nel manifestarsi.
Così l'organismo sotterraneo italiano cessava d'essere pericoloso pei governi e diventava invece un pericolo continuo pei patrioti. Il loro elenco, il loro censimento ufficiale stavano sul tavolino di tutti i direttori di polizia; i quali, ad ogni stormir di fronda, lanciavano i loro agenti a impadronirsi delle fila di congiure appena abbozzate, talvolta neanche pensate. E così passavano per le carceri, per le torture, per le forche uomini egregi, responsabili d'un biglietto ricevuto o d'un nome dato, ma che suscitavano colla loro riputazione o colla loro virtù i timori di un dispotismo, oscillante sulla stessa base della sua onnipotenza.
La storia d'Italia diventava null'altro che un protocollo di processi politici; la città del Parini e del Manzoni diventava l'ignobile anticamera d'una schiera di sbirri e di inquisitori, fra i quali erano destinati a trista celebrità un Trevisani, un Torresani, un Bolza, un Pachta, uno Zajotti, un Salvotti.
Il falso visconte di Saint-Aignan provocava e poi denunciava la cospirazione militare milanese del 1815; un Torelli complottava nel 1831 e poi svelava i complotti; il Boccheciampe tradiva, dopo averla incoraggiata, l'audace spedizione dei fratelli Bandiera; Attilio Partesotti s'insinuava nelle grazie di Giuseppe Mazzini e svelava all'Austria i nomi e i progetti dei mazziniani.
Infinita fu la schiera dei giovani deboli e degli uomini forti che da queste insidie e da questi terrori furono tratti a rompere la vita e l'ingegno contro le sbarre di una fiera prigione. Per non parlare che dell'alta Italia, il processo del 1815 avvolse Teodoro Lechi, Giovanni Rasori, Filippo Demester, Pietro Varese e una dozzina dei loro compagni; il processo del 1818 condusse a duro carcere, fra molti altri, Antonio Villa, Antonio Solera, Fortunato Oroboni, e quei due maschi caratteri di Felice Foresti e di Giovanni Bachiega. Poi venne il processo del 1820 contro Melchiorre Gioja, Domenico Romagnosi, Silvio Pellico, Piero Maroncelli, il conte Giovanni Arrivabene ed altri. Poi si arresta, come emissario d'una setta straniera, Alessandro Andryane; poi nel 1821 il Confalonieri, il Pallavicino, il Castillia, Pietro Borsieri, Andrea Tonelli. Poi, altri processi nel 31, nel 33, nel 35, e sfuggono all'arresto Pietro de Luigi, Francesco Arese, e sono presi con altri, Luigi Tinelli, uno Zambelli, Gabriele Rosa e Cesare Cantù.
La resistenza era tutta concentrata nelle classi superiori, fra i nobili soprattutto e fra i letterati. Le masse popolari non avevano ancora, come più tardi, aperte le loro fibre al fremito dell'indipendenza. Si commovevano alle sofferenze dei patrioti; ma non erano indifferenti alle feste dei persecutori. Subivano gli effetti dell'epoca di transizione. E l'imperatore Francesco e il principe di Metternich potevano, malgrado i processi iniqui e le più inique condanne, venire due o tre volte a Milano, senza che la moltitudine osasse turbare con atti di disapprovazione gli spettacoli e le luminarie. Soltanto uno studente dell'Università di Pavia, Tommaso Grossi, rispose nel 1819 alla sfida del viaggio imperiale, con una vigorosa e felicissima satira in dialetto popolano, la Prineide, che girò manoscritta e fu subito su tutte le bocche.
Fra questi tentativi politici, il più grave per la larghezza del disegno, per la qualità dei cospiratori, per le conseguenze che ne rimasero, fu certamente quello del 1821. E fra le vittime del tentativo, la figura più altera, la personalità più drammatica, il nome rimasto nella tradizione popolare e nel quesito istorico come il vero protagonista di quel dramma affannoso fu un patrizio milanese, il conte Federico Confalonieri.
Pochi uomini al tempo nostro sono stati più discussi di lui; pochi hanno avuto più devota schiera d'amici, più larga corrente di antipatie. Era nato al dolore e alla tragedia, come altri nascono all'idillio o all'amore. In tutte le fasi della sua vita, ha una pagina strana, che non lo porta mai al trionfo, ma che lo leva dal comune degli uomini. Giovane, è involto nei cupi andamenti di una rivoluzione che mette capo al delitto; sette anni dopo, gli si addossa la responsabilità di un altro movimento che mette capo a sconfitte e a supplizj; passa i quindici anni della sua virilità fra le nude pareti di un tetro carcere, amareggiato da ogni specie di sofferenze fisiche e di torture morali; muore, come pochi muojono, durante un viaggio, di pieno inverno, senza conforto di parenti o d'amici, in un albergo di villaggio, sulla cima del S. Gottardo. Il mistero s'è assiso, come dicono i poeti, al suo capezzale; lo offende nel 1814, lo perseguita nel 1821, esce con lui dallo Spielberg nel 1836, non lo risparmia nemmeno fra le pareti domestiche, in mezzo all'atmosfera di eleganza e di affetto che per pochi anni Teresa Casati ha potuto creargli intorno. È suo destino che lo si possa credere atto a cose grandi, capace di cose odiose. Nel complesso è una sfinge, contro cui non hanno cessato mai di scrosciare i venti e le tempeste, ma che resiste immota alle offese e che forza i viaggiatori del deserto a volgersi per guardarla e per occuparsi di lei.