Se applichiamo criteri indagatori consimili alla storia milanese che va dall'eccidio del Prina agli albori del 1848, ci sarà forse più facile trovare la ragione dell'esaurimento politico in cui era caduta questa città, dove il periodo teresiano aveva prodotto gli eminenti economisti e giuristi del secolo scorso, e dove il periodo napoleonico s'era illustrato di Francesco Melzi, degli amministratori e dei generali, sorti con lui.
Quella fu un'epoca insieme di repressione e di transizione; di repressione in politica, di transizione nei costumi e nelle idee. Fu allora che cominciarono a sostituirsi abitudini di fusione sociale alle rigide distinzioni di classe dei tempi scorsi. Disparvero allora gli ultimi codini, le ultime parrucche, le ultime calze di seta bianca, gli ultimi spadini, le ultime giubbe ricamate e arabescate; l'abito rappresentò coll'esterna uniformità quella comunanza di pensieri e d'interessi che nobili e borghesi traevano dalla eguale umiliazione politica; nelle case, ai ritrovi pomposi, ai balli cadenzati, ai mobili pieni d'oro e di angoli, succedettero forme più famigliari, preferenze sempre maggiori per le comodità e le vivacità della vita.
Gli ultimi Arcadi morivano, uccisi dal ridicolo, sotto i colpi di quell'audace scuola boreal che tutto l'ingegno di Vincenzo Monti non era bastato a respingere ed a sfatare. Si sentiva tutto all'intorno un mondo che si sfasciava; e tra i ruderi del vecchio e l'ossatura del nuovo, gli spiriti erravano dubitosi, si slanciavano, retrocedevano, ripiegavano; la società lottava contro sè stessa per uscire dal passato, e si spaventava qualche volta d'avere già fatto troppo larghi passi verso il futuro.
Politicamente poi, il timore e il silenzio erano divenuti i capo-saldi della vita cittadina, della prudenza borghese. Dopo quelle sterminate catastrofi che avevano segnalato gli ultimi anni del regime napoleonico, dopo le coscrizioni doppie o anticipate che avevano spopolate e addolorate le pareti domestiche, dopo l'impressione di terrore che aveva lasciato negli spiriti l'ultima giornata del Regno Italico, s'era prodotta in paese una sete di tranquillità e di pace che nulla valeva a saziare.
Volevano corsi e carrozze e teatri e giornali di mode e sonni tranquilli e gendarmi per le contrade. L'Austria soddisfaceva ed ajutava questo indirizzo dello spirito pubblico. Venuta qui con larghe promesse d'indipendenza e di libertà, si accorse presto che poteva smentirle impunemente, e lo fece. In Europa le lasciavano ogni arbitrio, nel paese non trovava sufficiente scatto di opposizione. Ci diede il Codice civile e la Cassa di Risparmio, un Vicerè e una Vice-regina che facevano ballare e trottavano sul corso in tiro a sei, cantanti e ballerine di cartello, giornalisti che si accapigliavano per la Taglioni o per la Cerrito, gendarmi e poliziotti in abbondanza, sulle strade maestre, agli angoli delle vie, sotto i fumosi lampioni ad olio di noce, sugli impalcati delle vetture postali.
Sotto questo regime gli uomini che avevano avuto l'abitudine dei discorsi politici si racchiudevano nel silenzio; i giovani ne sentivano difficilmente il bisogno; la polizia era divenuta la maggiore istituzione europea, e il principe di Metternich voleva sapere da Vienna di che cosa si discorresse sotto i platani del bastione o nei palchi del teatro alla Scala. A poco a poco, il regime europeo ci soverchiò e s'impose. L'Austria, che aveva vinto Napoleone, parve divenuta la potenza invincibile, eterna, a cui l'Italia non sarebbe sfuggita più.
Si accettò la vita com'era. Si andò ai balli del Governatore, del Vicerè. Gli ufficiali austriaci, che ci avevano liberati dalla canaglia del 20 aprile, avevano forme cortesi, si accettarono cortesemente. Si leggevano i giornali ufficiali, la Gazzetta di Milano, la Biblioteca Italiana; più sovente i giornali musicali e teatrali, il Figaro, il Pirata; più tardi l'Indicatore e l'Eco della Borsa; i più rivoluzionari, leggevano il Journal des Débats. Ai giovani che crescevano, i padri, sfiduciati di cose vecchie e paurosi di cose nuove, raccomandavano prudenza, circospezione, rispetto ai superiori; il discorso di politica non si affrontava che sotto voce, fra gl'intimissimi, con mille reticenze di fatti e di nomi; si troncava presto, come di argomento che implicasse disgusto o pericolo; si parlava della Spagna o dell'Algeria, non dell'Italia. Le generazioni crescevano in quest'afa, sotto questa pressione, e perdevano a poco a poco ogni memoria, ogni coscienza di sè.
Com'era possibile uscire da queste molteplici difficoltà, vincere la compressione, sovrapporsi alla transizione, e riprendere in Lombardia la tradizione dei grandi caratteri e dei grandi intelletti?
Lo tentò e vi riuscì, con intero successo, un uomo solo, Alessandro Manzoni. Ma vi riuscì, allontanandosi da ogni complicità, da ogni attinenza colla politica contemporanea; vi riuscì, creando una letteratura nuova e potente, sotto cui i dominatori non avevano potuto indovinare nè punire l'alto sentimento di patria; vi riuscì, rigettando il suo genio fra le tenebre dei secoli precedenti, per trovarvi corruttele e discordie da flagellare, virtù ed audacie da segnalare, ad esempio dei tempi suoi.