Chi avesse frequentato, con ispirito di osservazione, quei due bugigattoli, negli anni che corsero dal 1840 al 1848, vi avrebbe spesse volte notato due gruppi d'amici, stretti a colloqui più intimi degli altri avventori; facilmente occupati a sfogliare giornali, a commentarli vivacemente, a ricevere e leggere biglietti, a scrivere risposte, a mandare e ricevere messaggeri. E forse un osservatore superficiale, pensando alle abitudini del tempo, all'età di quegli avventori, all'ubicazione dei due stabilimenti, avrebbe potuto immaginarsi che tutta quell'attività giovanile avesse per ultimo risultato i sorrisi delle ballerine e delle cantanti che passavano dinanzi al caffè della Cecchina o di deità anche minori che brulicavano nei paraggi del caffè della Peppina.
Eppure proprio in quei due bugigattoli si venivano preparando audacie grosse, e le due società intime che avevano scelti per le loro confidenze i tavolini di quei due caffè rappresentavano su per giù due diverse scuole di movimento politico, che riunendosi avrebbero provocato la rivoluzione del 1848.
La schiera che si radunava al caffè della Peppina usciva direttamente dalle numerose fila della Giovane Italia; e quando v'era a dibattere qualche argomento più geloso o più pericoloso dei soliti, si trasportava nella casa di uno dei suoi più intelligenti e più risoluti centurioni, Attilio De Luigi, dimorante in una delle vie curve e deserte dell'antica Milano, S. Ambrogio dei Disciplini. Lì complottavano, con maggiore o minore efficacia, ma con intera devozione e con intero sacrificio di sè; e l'osservatore vi avrebbe potuto notare, tra gli altri, il dottor Pietro Maestri, allora direttore della Casa di Salute a Porta Nuova, e Alberico Gerli, conosciuto nelle intimità rivoluzionarie col nomignolo di Pepe, e due giovani, che mescolavano la matematica colla politica, Giovanni Cantoni ed Angelo Tagliaferri, e quel fiero Pezzotti, che prometteva ai compagni di uccidersi, se fosse stato arrestato, e doveva più tardi mantenere la parola; vi bazzicavano, con minore frequenza, ma con eguale attività di preparazione, un altro matematico, già più alto nella scienza che negli anni, Francesco Brioschi, e due giovani, destinati a lunga e dolorosa sanzione di patriottismo, Giuseppe Finzi e il dott. Antonio Lazzati.
La Giovane Italia era rimasta ormai la sola fra le società segrete di carattere militante, dopo il naufragio che avevano fatto, colle sconfitte del 18, del 20, del 21 e del 31, i carbonari, i federati, gli adelfi. L'aveva fondata, nel 1832, un giovane, il cui nome cominciava ad essere influentissimo sugli elementi patriottici, Giuseppe Mazzini.
Di fede ardente, di vita immacolata, di pensoso ingegno e di stile concitato, il Mazzini pareva ordito veramente di quella stoffa di cui si fanno gli apostoli. Dedicatosi giovanissimo alla disciplina delle congiure, non seppe uscirne più per tutta la vita, e nella seconda parte di questa meritò il rimprovero di avere qualche volta sacrificato la realtà dello scopo all'amore del mezzo. La sua comparsa nel moto politico italiano era stata veramente una scossa di pila elettrica. Aveva dato alla società che fondava un intento assoluto di unità nazionale; programma che abbiamo visto inalberato anche trent'anni prima da pensatori e da uomini di Stato, ma a cui egli s'era buttato con maggiore speranza d'ogni altro e con quella efficacia di proselitismo che gli veniva dalla parola ardente, dall'aspetto simpatico, dall'onnipotente patrocinio femminile. Quei suoi primi pensieri, raccolti poi in tre volumi, sotto il titolo: Scritti letterarj d'un italiano vivente, avevano ottenuto un grande successo, specialmente fra i giovani, ai quali parevano aprire orizzonti nuovi e larghi, meravigliosamente dissimili dai metodi compassati di letteratura, di filosofia e di critica, a cui si tenevano fedeli i professori dei licei e delle università. Quei nostri giovanili intelletti trovavano a tante cognizioni vaghe, a studi pedanti, troppe volte contrastati dal bigliardo, uno scopo nuovo, imprevisto, tratteggiato con enfasi, — la patria. Non era più l'arte per l'arte. La patria era il faro a cui doveva giungere la navigazione affannosa: l'Italia una e libera, il nodo a cui si allacciavano con iscopi pratici gli studj morali, i progressi fisici, le indagini di storia e di geografia. Con questi ideali nell'animo si studiava di più, e lo studio allargava, colle simpatie pel Mazzini, l'aderenza a' suoi concetti politici, a' suoi organismi di setta.
Così cresceva l'influenza del grande agitatore genovese, che fu per alcuni anni lo spauracchio di tutte le polizie d'Europa. Uomo, che ha lasciato dietro a sè una fama assai contrastata, piuttosto, oseremmo dire, per colpa dell'ambiente che sua. Certo, la contraddizione umana non mancò in lui. Ebbe un indirizzo filosofico di alto spiritualismo, e lasciò troppe volte che dal suo labbro o dalla sua mano uscissero incoraggiamenti, diretti od indiretti, all'assassinio politico. S'era dichiarato pronto a sacrificare per l'unità della patria i suoi impulsi repubblicani, ed è morto nemico implacabile della monarchia che aveva fatto l'Italia. Passerà nella storia come un gran cospiratore che non aveva attitudini di governo, e crediamo che in questa, come in altre occasioni, la storia s'ingannerà. Il Mazzini aveva attitudini di governo; lo ha provato per pochi mesi, reggendo a Roma in situazione difficilissima, con sagacia e moderazione maggiori di quelle che gli si attribuivano. Forse anzi una esperienza più lunga di governo fu la sola cosa che gli sia mancata, per trarre interamente nell'orbita di una salutare efficacia le qualità politiche in lui sepolte sotto una mistica fraseologia. Come cospiratore, era improvvido ed impotente. Riceveva e dava confidenza, con una facilità di cui troppe volte abusarono le astute polizie. Non sapeva conservare il segreto. I suoi biglietti, i suoi indirizzi, le sue giaculatorie venivano sovente in possesso dei commissarj e dei gendarmi, prima che delle persone a cui erano dirette. Credeva ciecamente ad ogni informazione che gli dipingesse sollevamenti pronti, e se ne valeva per prepararne altrove, sulla base di queste ingannevoli cooperazioni.
È l'influenza personale di Mazzini che ha giovato alla patria; il suo ingegno pieno di slancio, il suo prestigio di esule; e soltanto una scuola fanaticamente innamorata d'ogni cosa sua ha potuto confonderne le egregie qualità del cuore e dell'animo con quegli sforzi inorganici, che erano invece il difetto o l'eccesso della sua inesperienza pratica.
A Giuseppe Mazzini l'Italia deve memoria grata e rispettosa per la vita austera, pel lungo esiglio, per l'instancabile apostolato dell'unità politica, per l'alto intento dato ai giovanili intelletti; non per le sue cospirazioni, che non sono riuscite mai, in nessuna parte d'Italia, dalla Calabria alla Valtellina; che dai moti savojardi del 1833 al 6 febbraio 1853 hanno dischiuso innanzi tempo il sepolcro a giovani ed illusi patrioti, gettando sempre piuttosto impacci che ajuti sul sentiero del risorgimento nazionale.
Tornando da questo illustre infelice ai più modesti casi del caffè della Cecchina, bisogna dire che in questo si raccoglieva un'altra schiera agitatrice, non meno generosa e non meno intelligente della prima, ma uscita da tutt'altro ambiente e inchinevole a soluzione diversa. Lì si adunavano specialmente i giovani delle famiglie ricche e patrizie, che sottraendosi alle influenze, generalmente retrive, dei vecchi genitori, guardavano al di là del Ticino cercandovi alleati contro la dominazione straniera. L'osservatore che fosse venuto in questi paraggi da quelli del Falcone, avrebbe facilmente riconosciuto fra gli avventori della Cecchina alcuni dei giovani più eleganti e nel tempo stesso più colti che brillassero nella società milanese: Carlo e Giovanni D'Adda, Giovanni Curioni, Carlo Taverna, i fratelli Guy, Alessandro Porro, i fratelli Prinetti, i fratelli Jacini, Rinaldo e Cesare Giulini della Porta. Questi giovani, per patriotismo e per tradizione politica, venivano in retta linea dalla generazione del 1821; avevano quasi tutti conosciuto e rispettato il Confalonieri, dalla cui vita e dalle cui sventure traevano un esempio alto e quasi un desiderio di patriottici sacrifici. Il loro programma era sopratutto l'indipendenza; ma, determinati a raggiungerla per ogni via, preferivano certamente quella che loro additavano i tentativi del 1821 e che da alcuni anni pareva schiudersi a maggiori probabilità per l'attitudine nuovamente assunta da quell'altro illustre infelice che fu Carlo Alberto, re di Sardegna.
Dopo le amnistie imperiali, erano ritornati in patria, oltre i prigionieri dello Spielberg, altri milanesi distinti che le persecuzioni di polizia avevano per alcuni anni costretto a vivere o a Parigi o a Londra o a Ginevra o a Bruxelles. I Battaglia, i Majnoni, i Rosales, Ignazio Prinetti, Francesco Arese, avendo vissuto lungamente nei centri maggiori della società politica europea, portavano a Milano le impressioni ultime e vere del loro esiglio; un desiderio cresciuto di far partecipare la loro patria ai vantaggi di quella vita larga e intellettuale a cui s'erano avvezzi; e insieme l'intonazione di una politica non meno rivoluzionaria ma più moderata, di quella politica che essi avevano veduto riuscire in Francia e nel Belgio a conciliare le guarentigie della monarchia con quelle della libertà.