Fra questi due gruppi principali d'azione, di cui l'uno penetrava colle sue influenze tutta la parte viva e popolare della città, l'altro avvinceva alla causa dell'indipendenza i potenti interessi e le vaste aderenze interne ed estere dell'aristocrazia lombarda, tenevano una situazione speciale due notevoli individualità, due uomini indipendenti allo stesso modo, ma per diversa ragione, da organismi compatti, — Carlo Cattaneo e Cesare Correnti.
Ingegno facile e largo, indole simpatica piena di scatti, di seduzioni, di entusiasmi e di mobilità, scrittore vibrato ed efficace di proclami, di opuscoli, di bollettini e di almanacchi, dai quali l'opportunità politica e il pensiero patriottico uscivano di mezzo a frasi nuove, a concisioni nervose, a mistiche oscurità e ad audaci eleganze, Cesare Correnti s'era buttato di buon'ora nel movimento e vi stava come uomo determinato a non uscirne senza vittoria. Amico a moltissimi, esercitava su tutti un ascendente che alcuni accettavano dall'ingegno, altri dalla vivace parola, altri da un'attività giunta allora al suo colmo. Che avesse un programma ben definito, nessuno lo saprebbe dire; forse l'ingegno coltissimo non lasciava nascoste a lui le difficoltà che ogni programma in quei giorni presentava e che altri non osava neanche studiare. Ad ogni modo, voleva fortemente l'indipendenza, la rivoluzione; e questo contribuì forse ad accrescere la sua influenza e la sua popolarità; perocchè la gran massa della popolazione, per una certa spensieratezza generosa che fu il carattere distintivo di tutta quell'epoca, costringeva volentieri ogni programma nella sola formola del mandar via gli Austriaci.
Questa conformità, non facile ad ottenersi, fra un uomo di pensiero e una folla di azione, fece del Correnti in quei giorni la personificazione più complessa del movimento. Se la rivoluzione del 48, contro la natura sua e la spontaneità de' suoi scoppj, avesse potuto darsi il lusso di un capo, forse sarebbe stato lui. Certo s'è ben lontani dal poter dire che abbia fatto ogni cosa, ma nessuna cosa importante s'è fatta senza di lui. I vecchi si fidavano del suo ardore, i giovani della sua dottrina. Quella stessa natura di letterato e d'artista, che lo rendeva schivo di politiche rigidità, lo metteva in grado di stare con molti e di agire su tutti con intento di accordo e di cooperazione. Fra il caffè della Peppina e quello della Cecchina era il vincolo naturale, la transizione più utile e più accettata. Coetaneo e condiscepolo degli uni, coi quali aveva divise, sui banchi universitarj, le aspirazioni della Giovane Italia, era accettissimo agli altri, per l'ingegno elegante e per le intime relazioni personali che aveva contratte coi Giulini, con Alessandro Porro, con Francesco Visconti-Venosta. E se agli uni portava l'assicurazione che il programma albertista non avrebbe impedito alla nobiltà milanese di spendere denari e sangue per la battaglia nazionale, garantiva altresì agli altri che nessun vincolo di setta avrebbe frastornate quelle combinazioni che portassero aiuto di armi fraterne e di monarchie militari a un popolo desideroso di combattere e incapace di eccessi. Negli ultimi tempi, questa azione sua, giovata man mano da altri elementi, da altre giovani e simpatiche individualità, da Enrico Besana, da Francesco Simonetta, da Manfredo Camperio, da Luciano Manara, era giunta a risultati completi; sicchè i due centri d'agitazione patriottica si erano, per così dire, fusi in uno solo; o, meglio, s'erano sminuzzati e moltiplicati in altrettanti sub-centri, che, pure annodandosi a quei due principali, assumevano ciascuno iniziative proprie e preparazioni speciali; certi tutti che qualunque impulso, qualunque energia, qualunque imprudenza, avrebbe trovato negli altri centri intera solidarietà, animi disposti ad affrontare responsabilità e pericoli, comunque creati.
Tutt'altra attitudine aveva assunto, e a tutt'altri impulsi intendeva l'animo, Carlo Cattaneo.
Era uomo di vasta cultura, di molta operosità intellettuale, di carattere integro ma diffidente. Come il Correnti, era estraneo a spiccati sodalizj politici; ma mentre il Correnti lo era perchè avrebbe bramato essere con tutti d'accordo, il Cattaneo ne rifuggiva perchè persuaso di avere con pochi solidarietà di opinione. Questi pochi si radunavano la sera da lui: discorrevano molto di scienza e meno di politica; erano gente di studio, piuttosto che di azione; antichi scolari di Gian Domenico Romagnosi, filosofi, economisti, giuristi, innamorati di cultura pubblica e di quesiti morali, ma che un certo orgoglio d'intelletto teneva in parte disgiunti dalle impressioni vivaci ed ingenue a cui la moltitudine si abbandonava con giovanile ebbrezza.
Politicamente, il Cattaneo era agli antipodi da Giuseppe Mazzini. Dove questi voleva unità d'Italia, congiure, impeti di popolo, idealità generose, ma sfumate, di educazione patriottica, quegli voleva ordinamenti di Stati piccoli, energie amministrative sostituite a slanci rivoluzionarj, svolgimento di questioni pratiche e di interessi positivi, di canali irrigatorj, di legislazione commerciale, di finanze precise.
Sulla questione di repubblica o di monarchia, il Cattaneo non aveva allora rigidezza di accentuazione. Vi fu un'epoca, dopo l'amnistia del 1838, in cui parve fortemente inchinevole ad accettare istituzioni autonome e liberali da un principe della dinastia d'Absburgo. E da alcuni articoli suoi sugli Annali Universali di Statistica e sul Politecnico questa disposizione si lasciava, tra il prudente viluppo delle frasi, chiaramente additare. In uno scritto, p. es. del marzo 1839, intorno alla piazza del Duomo, che cominciava a ventilarsi dopo l'incoronazione dell'imperatore Ferdinando, scriveva con uno spirito da cui ogni aspirazione repubblicana pareva esclusa: “Il nome di regno, sovrapposto alle ristrette signorie dei tempi andati, divenne una parola di riordinamento e di concordia; e la Corona Ferrea, non più controversa reliquia d'età remote, divenne già due volte, fra i penetrali del Duomo, segno vivo di forza e di unità.„ Non vi pare di udire un Crispi di quarantasei anni fa, esclamare colla stessa inspirazione di patriotismo: La monarchia ci unisce, la repubblica ci divide? Delle due volte in cui questa Corona Ferrea era stata, secondo il Cattaneo, segno vivo di forza e di unità, una volta s'era posata sopra un capo francese, l'imperatore Napoleone; ma l'altra non s'era posata che sopra un capo austriaco; o Giuseppe II, o Ferdinando I; due epoche diverse, ma una sola dinastia. Rincarava poi sulle stesse idee e sulle stesse disposizioni, soggiungendo: “Una piazza del Duomo, degna del tempio e della città, e del più bello ed ubertoso fra i regni d'Europa, è divenuta un desiderio universale. E la rappresentanza civica interpretò questo pubblico voto, deliberando appunto di aprire una piazza del Duomo e d'inaugurarla col nome del Principe regnante e a memoria del giorno solenne nel quale assunse la nostra nazionale Corona.„
Gli è che veramente, più della repubblica o della monarchia, l'idea politica fondamentale del Cattaneo era lo Stato piccolo, la federazione, l'autonomia. Spirito liberale per eccellenza, gli pareva di scorgere nelle grandi agglomerazioni politiche un pericolo per gli svolgimenti individuali, e, tenero di questi, contro quelle diventava feroce. Non si avvedeva che, restando largo nella questione scientifica, diventava angusto nella questione politica; poichè tutta l'Europa andava di corsa verso le grandi unità, e a non voler inaugurare programma di reazione contro l'indirizzo europeo, bisognava necessariamente, non opporsi ai grandi Stati, ma cercare i modi di far camminare i grandi Stati colle ragioni della libertà.
Si capisce come, dominato da questi concetti, il Cattaneo vivesse, nei mesi che precedettero le cinque giornate, sotto la tenda. Non aderiva alla parte democratica che voleva l'unità mazziniana; non accettava dalla parte aristocratica il progetto del regno dell'Alta Italia.