Forse si gettò alla repubblica per odio di questo; poichè era veramente odio l'opposizione ch'egli moveva a tutto quanto sentisse di albertismo, di piemontese, di unione territoriale coi paesi al di là del Ticino. Nessuno discuteva con maggior passione di lui certe questioni irritanti, su cui si cercava allora da tutti di scivolare: monarchia o repubblica, fusione immediata o dilazione, Statuto o Costituente, Milano o Torino. Pareva che preferisse, per una certa asprezza dell'animo, ingrandire d'un tratto tutte le difficoltà d'una soluzione ch'egli era impotente a sostituire.
S'era fatto da ultimo il vero patrocinatore, il capo d'un programma municipale, d'uno Stato Lombardo, tutt'al più d'uno Stato Lombardo-Veneto. Era ammiratore dell'antico Regno d'Italia, su cui aveva cognizioni nette e profonde, e il suo ideale dell'avvenire non si allontanava molto dall'ideale di quel passato. Il Piemonte in quel passato non entrava e però non trovava posto nel suo avvenire. Quando scoppiò, come un fulmine, l'insurrezione milanese, egli stava scrivendo il primo numero di un giornale, che intitolava Il Cisalpino. Perfin col nome voleva affermare la risurrezione di una compagine territoriale, in cui soltanto egli vedeva tradizioni buone di jeri e speranze migliori per l'indomani.
Chiediamo scusa se ci attardiamo intorno a questa fisonomia, che fu a quell'epoca una delle più discusse, e che fu più tardi una delle più ammirate. Appunto perciò ci pare che meriti quello studio largo a cui gli uomini superiori hanno diritto. Giacchè non è uno dei fenomeni meno strani che hanno segnalato la rivoluzione delle Cinque Giornate, questa metamorfosi che ha prodotto nell'organismo politico di Carlo Cattaneo. Ha trovato un uomo calmo, a istinti pratici, scrittore moderato sotto governo autocratico, l'ha lanciato per alcuni giorni in una specie di fornace ardente, e ne lo ha tratto scrittore furibondo contro governo liberale, uomo politico a forti passioni, consigliero insieme al Mazzini di audacie nazionali, che un patriota non dubbio come Giorgio Pallavicino dovette combattere, che un uomo come il generale Garibaldi dovette respingere come eccessive[52].
Non si potrebbero veramente credere usciti dalla stessa penna e dallo stesso ingegno gli scritti anteriori al marzo 1848 e alcuni degli scritti suoi posteriori, segnatamente quell'opuscolo sull'Insurrezione di Milano, che fa così grave torto alla serietà ed all'equanimità del suo criterio politico.
Negli scritti della prima fase è un ingegno pieno di pensieri; che li svolge con logica vigorosa e mirabile chiarezza di esposizione; che trae dalla scienza europea tutto il meglio ed il nuovo, lo assimila con potente elaborazione, e lo riassume pe' suoi concittadini in opuscoli ed articoli di rivista, certo i più efficaci e i più attraenti del tempo suo. Nella seconda fase è uno scrittore pieno di violenza, che pare abbia perduto il senso delle cose vere e dei fatti possibili; un uomo a cui la foga della passione ha fatto obliare i caratteri che distinguono dal libello il dolore patriottico. Nella prima fase è un benemerito educatore del pubblico; da cui la generazione contemporanea impara a staccarsi dagli antichi metodismi scientifici e a coordinare tutte le conquiste intellettuali ad un nesso civile e patriottico; nella seconda fase, par diventato l'eco d'ogni volgare aberrazione, il fantastico interprete di quelle illusioni e di quelle millanterie politiche, verso le quali affettava negli anni antecedenti un disdegno intellettuale niente dissimulato.
Quale fu la genesi, l'evoluzione di questa mente preclara, or troppo solitaria, or troppo cacciatasi nella folla?
Certo il Mazzini, per esempio, non iscrisse nulla che rasenti contro Carlo Alberto il linguaggio a cui s'è creduto autorizzato il Cattaneo. Il Mazzini, che nella sua famosa lettera a Carlo Alberto gli aveva promesso d'essere nella liberazione d'Italia insieme a lui, ripeteva anche nell'autunno del 1848, che se il Piemonte riprendeva la campagna, lo avrebbe aiutato. E con ciò dimostrava, da uomo politico superiore, di non credere a tutta quella leggenda d'intrighi, di viltà e di tradimenti, che intorno a Carlo Alberto s'era ammucchiata, e che ricorda, per la malata credulità dello spirito pubblico, gli untori del 1630.
Invece il Cattaneo, bollente d'ira dalla prima all'ultima pagina, crede tutto o scrive come se a tutto credesse. Per lui è inganno regio il passaggio del Ticino, tradimento la perdita delle battaglie, malvagia intenzione la venuta del Re a Milano, durante la ritirata finale. I membri del municipio, del governo provvisorio, sono faccendieri, ciambellani, servi di Corte; sono infidi, tentennanti, traditori i generali dell'esercito piemontese. Aveva gridato il 24 marzo, giorno dell'ingresso delle truppe regie in Lombardia: viva il Piemonte, infamia a Carlo Alberto[53]; chiude il suo libro, nel settembre 1848 colla frase: il Piemonte non è necessario.
Par di sognare a leggere oggi, dopo tanta esperienza, da un uomo di tanto ingegno, così grandi fantasticherie. Parla di centomila Italiani che sarebbero venuti, senza i Principi, a combattere la guerra di Lombardia; al Comitato di Difesa, negli ultimi giorni, raccomanda come prima e suprema di tutte le difese, nientemeno che questo: “chiudere le porte, e rompere sotto pena di morte ogni comunicazione coll'esercito del re, lasciandolo operare nella campagna come gli convenisse[54].„ Insomma, è il linguaggio d'un uomo in delirio di rivoluzione, e tale parve a quel venerando Giovanni Arrivabene, quando s'intese dire da lui: “Arrivabene, buone nuove; i Piemontesi sono stati battuti; ora saremo padroni di noi stessi[55].„