Appare tanto più eccentrica questa implacabilità del Cattaneo contro Carlo Alberto, quando si pensa che, proprio in quei giorni, Carlo Alberto era attorniato e acclamato quasi con entusiasmo da quegli stessi patrioti ai quali sarebbe spettato il maggiore diritto, pei casi del 1821, di essere assai guardinghi nella loro amnistia. Giacinto di Collegno e Moffa di Lisio, cospiratori di quell'epoca e condannati per quella, erano ministri suoi e nella sua politica intimità. Giorgio Pallavicino, così atto per l'indole sua e per le acerbe sventure a diffidare del principe al quale s'era nel 1821 inutilmente avvicinato, patrocinava con generoso impulso l'immediata annessione delle provincie lombarde alla corona di Carlo Alberto. E Giovanni Berchet, un altro dei processati e degli esuli, l'autore delle fiere strofe che assalivano il Carignano, supplicava in quei giorni gli amici suoi perchè si stringessero intorno al severo e mistico Re, ch'egli onorava ora pel suo energico patriottismo, quanto lo aveva nel passato percosso di sospetti e di versi.
Infatti questo re, in uggia a molti, indovinato da pochi, celatosi per molti anni quasi a sè stesso, usciva dal proprio paludamento, e si presentava sulla scena, attore preparato a delusioni e a catastrofi, risoluto dopo tante esitazioni, liberale dopo tante influenze di clericato. Giacche egli pure era un patriota; e doveva darne presto la prova nella più alta misura del sacrificio. Non era una religione come il Mazzini, non era un sentimento come il Correnti, non era una dottrina come il Cattaneo; il suo era un patriottismo da principe, non meno vivo perchè si debba presentare sotto forme frenate, più difficile perchè deve affrontare maggiori responsabilità. Un principe ha naturalmente il dovere di cercare che una bandiera di libertà innalzata a vantaggio d'altri, non provochi pericoli contro l'indipendenza dei sudditi proprj. Uomini come il Cattaneo, come il Correnti, come il Mazzini potevano balzare in mezzo ad armi e a congiure, senza che una sconfitta danneggiasse di molto i paesi che spronavano a mutamenti. Un uomo come Carlo Alberto doveva badare che moti intempestivi non aggiungessero in Italia agli Stati già servi quello che i suoi maggiori avevano, nel corso dei secoli, agglomerato e difeso contro durevoli servitù.
I tempi e i documenti hanno già sparso una luce assai più benevola intorno alla parte che spetta a Carlo Alberto nel sobbalzo costituzionale del 1821. È ad augurarsi che interamente chiara riesca a produrla, nella pubblicazione che sta preparando, l'autorevole ingegno di Domenico Berti. Ad ogni modo, se quei fatti avevano reso la situazione personale di Carlo Alberto dolorosa in faccia ai liberali italiani, l'avevano anche resa in faccia all'Austria ed alla reazione europea addirittura pericolosa.
I tentativi del principe di Metternich per dare al duca di Modena, invece che alla linea di Carignano, l'eredità di Savoja, non avevano smesso un istante. Abbiamo visto prima d'ora l'acuta ed insidiosa insistenza con cui s'era cercato dal vecchio diplomatico di strappare al Confalonieri prigione qualche segreto che potesse giovargli contro il Carignano. E forse era una reazione di razza contro questi tentativi, che aveva spinto un re di puro assolutismo come Carlo Felice, a protestare contro ingerenze austriache e a riconciliarsi interamente col principe di Carignano, in quel celebre colloquio al letto di morte, il cui segreto non fu sino ad ora svelato.
Quando salì al trono, poco dopo la rivoluzione francese del 1830, gli occhi di tutti i principi italiani e di tutti i despoti europei si posarono con grande sospetto sopra di lui. L'Austria, dal Ticino, teneva l'indice pronto sull'acciarino de' suoi fucili. Carlo Alberto aveva bisogno di regnare per appellarsi alla storia contro i torti della leggenda; e regnò, ostentando in faccia a questa Europa ostile ipocriti furori di reazione, come i Borboni di Napoli avevano ostentato dieci anni prima ipocriti amori di liberalismo. La storia giudicherà quale di queste due ipocrisie abbia avuto dai fatti successivi maggiori scuse. Onde s'ebbero allora i violenti processi del 1833 e la prevalenza nelle regioni del governo di uomini freneticamente assoluti, il Della Torre, il Della Scarena, il conte Solaro della Margherita.
Ma appena la situazione europea permise qualche alito di liberalismo, e in Italia cominciò una pubblica opinione a preoccupare dei fatti proprj ciascun governo, la politica di Carlo Alberto si accentuò con lento ma sicuro cammino verso la guerra d'indipendenza.
Già nel 1838, all'epoca dell'incoronazione, Carlo Alberto non aveva voluto venire, cogli altri sovrani d'Italia, a Milano. Nel 1840, rifiutava d'inserire nella Gazzetta Ufficiale del Regno una dichiarazione del governo austriaco, il quale minacciava di intervenire in qualunque territorio italiano dove scoppiassero dei movimenti. Nel 1844, diede al suo ministero una spinta liberale assai notata, chiamando a reggere gli studi Cesare Alfieri, le finanze Ottavio Revel e l'interno Luigi Desambrois, nomi che si sarebbero ripetuti con lode anche durante l'epoca statutaria. Nel 1845 iniziava contro l'Austria una lotta economica, nella quale i sali ed i vini erano pretesto per affermare con altere parole l'indipendenza della politica sarda. Nel 1846 riceveva Massimo d'Azeglio, parlandogli linguaggio italiano; e più tardi, salito Pio IX sulla cattedra di S. Pietro, scriveva al marchese Villamarina: “Una guerra d'indipendenza nazionale che si unisse alla difesa del Papa, sarebbe per me la più gran fortuna che mi potesse toccare.„ Frattanto il Gioberti, il Balbo, il Durando pubblicavano i loro libri, per allora audacemente patriottici. Ilarione Petitti e Camillo di Cavour scrivevano di strade ferrate come di avviamenti a solidanza italiana, si fondavano l'Associazione Agraria e l'Antologia italiana, in cui gli uomini di pensiero scrivevano e parlavano liberamente; si udivano insomma i primi rintocchi della rivoluzione.
Queste notizie cadevano l'una su l'altra sugli animi già commossi in Milano, ed ognuna aggiungeva un'esca al fuoco, un proselite al movimento. Nè soltanto le cose del Piemonte agitavano, ma fatti e notizie piovevano da ogni parte, dall'Italia come dall'Europa; nascevano in casa. Sorto il pensiero dei Congressi scientifici nelle varie città, Milano l'ebbe nel 1844; e lo presiedette, con intenti e destinazione piuttosto di politica che di scienza, il conte Vitaliano Borromeo. Molti Piemontesi erano venuti allora a Milano; il Petitti, amicissimo di Alessandro Porro, presentò ai nostri gli amici suoi, e il Brofferio fece stupire per la vivacità e la libertà dell'ingegno. I Piemontesi del 1844 fecero affatto dimenticare le diffidenze del 1821 e il programma della Cecchina cominciò a prevalere su quello della Peppina.
Poi spesseggiarono le notizie più gravi e i commovimenti di carattere europeo. L'occupazione di Cracovia e le stragi, — pensatamente provocate dal governo austriaco, — dei proprietarj polacchi, indebolivano tanto in Europa la politica del principe di Metternich quanto aumentavano la ragionevolezza delle nostre proteste e la simpatia che la nostra causa inspirava. Nella Svizzera, la guerra del Sonderbund dava trionfo agli elementi liberali, e si guardava con inconscia speranza a quelle milizie vincitrici così vicine, a quegli ufficiali così propensi a guerra di libertà. L'anno 1846 era stato, per condizioni climateriche, assai sventurato; il prezzo dei grani accennava a bisogno di classi popolari; e le nostre signore, doppiamente entusiaste per la carità e per la politica, raccoglievano denari, cucivano abiti, portavano soccorsi negli ospedali e nelle case, frammischiando alla parola del conforto quella parola della concordia ch'era nell'animo di tutti e che si rivolgeva contro un nemico impotente a trattenerla su labbra gentili.