Però i cinque giorni di combattimento e i quattro mesi di libertà politica avevano prodotto anche fra le masse popolari un salutare rivolgimento intellettivo. Ora si affacciavano alla resistenza, per impulso proprio e per virtù di opinione, non solamente per vaghezza di novità o per adesione a programmi altrui. Avevano visto riunioni, letto giornali, discusso governi e governanti; cominciavano a capire che della libertà erano partecipi, della schiavitù politica soltanto stromenti o vittime. Sicchè le schiere nostre aumentavano di densità e di tutta quella forza che apportano elementi nuovi e robusti, sopratutto avvezzi, pei casi precedenti e per la fiducia personale vicendevolmente cementata, a subire la disciplina, non a discuterla.

D'altro canto, s'aveva però di fronte un avversario più deciso, più agguerrito, più inesorabile di prima. Tornando a Milano, dopo la guerra, l'Austria non aveva più o non fingeva più di avere illusioni di sorta. Sapeva di rientrare in una città nemica e di dover restarvi colla miccia accesa e i cavalli sellati. Ogni ipocrisia di linguaggio o di nomi era sparita. Gli Schwartzemberg, i Strasoldo, i Montecuccoli, i Burger si alternavano, con intonazioni di maggiore o minor durezza, al potere civile; ma il carattere intrinseco del governo era e restava una dittatura militare, temperata soltanto dai varj e mutabili interessi politici della dinastia imperiale. Sicchè gli stessi metodi della lotta dovettero essere profondamente modificati. Bisognava evitare assembramenti, che sarebbero subito diventati facile scopo a cariche di cavalleria. Le dimostrazioni cessarono, perchè non v'era più bisogno di affermare la disciplina e v'era bisogno di risparmiar vite e sangue. Ma cessarono nelle vie, per durare in permanenza nei ritrovi e nelle sale private; rinunciarono ad essere collettive, per diventare più tenacemente e più audacemente individuali.

Intorno agli elementi austriaci si fece il vuoto. Gli ufficiali militari, gli alti impiegati del Governo civile e politico trovarono chiuse le porte dei ritrovi famigliari e delle associazioni cittadine. Nei teatri, pochissimi palchi d'affitto erano aperti all'ufficialità, nessuno di proprietà privata. Si stipavano nelle sedie chiuse, al di là della sbarra; e dava già per sè indizio della situazione morale, quel vedere ogni sera, da un lato tutte uniformi, dall'altro tutti abiti neri. Se ad un ballo, ad una cerimonia si prevedeva l'impossibilità di escludere, per qualunque ragione, un ufficiale austriaco, il ballo non si dava, la cerimonia si sospendeva. Ai balli che davano le alte autorità politiche o militari, non intervenivano che impiegati o mogli d'impiegati, costrette dalla pressione ufficiale. Se qualche signora della società milanese osò talvolta od ebbe la debolezza di accettare alcuno di questi inviti, leggeva subito la riprovazione sul viso dei conoscenti e degli amici. Il vuoto si allargava anche intorno a queste belle colpevoli di peccati veniali. La necessità della resistenza politica rendeva inesorabili; si sacrificava al programma anche la cortesia, anche l'educazione, anche l'amore.

I giovani poi s'erano fatta una legge di non tollerare, in faccia agli elementi militari, neanche l'apparenza di una provocazione. Per un gesto, per una parola, per uno sguardo rivolto ad una dama, si flagellava l'ufficiale austriaco d'una fiera parola, d'una osservazione umiliante che conduceva al duello. Luigi Della Porta iniziò questa nuova forma di guerra, e ne restò sventuratamente la vittima. Il Camperio, il Fadini, il Viola, il Battaglia, il Carcano, altri ancora si misurarono sul terreno, con varia vicenda, non transigendo mai, non accettando scuse, affermando altamente lo scopo e il carattere di queste contese. Era veramente una guerra; ma non potendosi combattere, alla moderna, coi grossi battaglioni, si combatteva, all'antica, colle zuffe individuali, come i capitani d'Omero. Nè, a completare la tradizione epica, mancava a quei combattenti l'aiuto delle Dee. Minerva e Venere non scendevano sulla terra, ma v'erano già. Preludendo ad un concetto che il generale Garibaldi svolse più tardi ne' suoi proclami, il sorriso delle donne era serbato ai forti. L'implacabilità politica non era meno consueta alle signore che agli uomini; forse, per l'indole loro, più provocatrice. Certo, ebbero larga ed onorevole parte in tutta questa disciplina di affetti e di rigori patriottici. E fra le gentildonne che tenevano in quell'epoca riunioni più numerose e più ricercate, non si possono dimenticare, per la gentile e fiera influenza, Marianna Trivulzio, Mariquita d'Adda, Carolina Crivelli, Ermellina Dandolo, Carmelita Manara. Sopra tutti va ricordato il salotto letterario e politico di Clara Maffei; dove tutti gli elementi nazionali od esteri di qualche valore trovavano libertà d'accesso e intimità di ritrovi; e dove la padrona di casa, vincendo per necessità politica l'indole sua, accettava dai suoi amici quella disciplina d'intransigenza contro cui protestava la sua costante ed inesauribile amabilità.

Indispettiti da questa giornaliera implacabilità di contegno, da questo muro di bronzo che vedevano elevato fra essi ed ogni agevolezza di vita sociale, gli ufficiali reagivano, accentuavano la loro qualità di conquistatori e padroni, — aiutavano per ciò solo i desiderj degli avversarj e il programma della resistenza. Talvolta, acciecati dall'impotenza, diventavano brutali, perdevano il sentimento dei loro doveri di uomini e di gentiluomini.

In uno dei giorni onomastici dell'imperatore d'Austria, avendo una baldracca, molto intima cogli elementi soldateschi, Annetta Olivari, esposto un tappeto giallo e nero sul suo balcone, posto quasi dirimpetto alla Piazza del Duomo, lungo l'antica via dei Borsinari, un assembramento minaccioso di popolani e popolane tentò invadere quella casa e strappare quella bandiera. Si fecero degli arresti, e il giorno dopo ufficiali austriaci non sentirono l'onta di assistere nel cortile del Castello ai colpi di bastone che furono applicati sulle ignude reni di due o tre fanciulle artigiane.

Questi esempj e questi spettacoli esacerbavano naturalmente l'animo dei popolani, fra i quali trovò presto cooperatori audaci e sicuri la frazione politica che mirava a congiure e a sommovimenti.

Com'è abitudine e necessità di questi programmi, l'unità dirigente veniva meno. Gli organismi rivoluzionarj si moltiplicavano secondo i gruppi d'amici personali, secondo le diverse solidarietà sociali da cui partivano. Assumevano nomi speciali[87], avevano capi molteplici, che ordinariamente non erano conosciuti dai settarj minori. I loro scopi, i loro mezzi d'azione erano esclusivamente locali; abbozzavano progetti, li mutavano, li abbandonavano, secondo le diverse esigenze dei singoli avvenimenti milanesi. Solamente il Comitato Centrale, che abbiamo visto presieduto da Attilio De-Luigi, s'era posto in diretta comunicazione con Mazzini e con quel centro rivoluzionario europeo che allora dirigeva da Londra una vasta agitazione, a cui, col Mazzini, partecipavano il Kossuth, il Ruge, il Sirtori, Ledru-Rollin.

A poco a poco questo organismo di cospirazione era riuscito a darsi una specie di ordinamento stabile, mediante sub-centri o Comitati, che in ogni capoluogo di provincia agivano secondo le istruzioni del Comitato Europeo. Il Mazzini osò allora quello che nessun cospiratore aveva osato prima di lui, e che nessuno probabilmente oserà più, — aprire un prestito rivoluzionario di dieci milioni, con apposite cartelle, che si collocavano presso i privati di fede sicura o creduta sicura, dagli agenti dei Comitati, incaricati poi di spedire a Londra i fondi raccolti. Non sappiamo quanti di questi milioni siano giunti nelle casse del Comitato Europeo; certo se ne devono essere perduti alcuni per via. Ad ogni modo, il movimento di persone e di lettere, che un'impresa di questa natura determinava, non potè lungamente tenersi celato alle indagini di polizia.

Un tristo, il dottor Vandoni, protomedico addetto al Governo, denunciò un impiegato suo, il dottor Ciceri, quale possessore di cartelle del prestito Mazzini. Il denunciato non isfuggì al processo ed al carcere. Ma non isfuggì il denunciatore alla vendetta settaria. In pieno giorno, nella via del Durino, sotto gli occhi della famiglia, che dal balcone aspettava il suo arrivo, Vandoni fa pugnalato e il sicario sparì. L'indegnazione contro l'ucciso temperò quella contro l'uccisore; perocchè è triste privilegio delle situazioni consimili di abbuiare, nell'opinione pubblica, la limpidezza dei criterj morali. Però da quel giorno, la tensione politica divenne ancora più aspra e vibrata. L'autorità piegò maggiormente a tirannia, la cospirazione si sprofondò ne' suoi metodi, il terrore dominò da una parte e dall'altra le relazioni sociali.