Ma questo programma, di cui nessuno disconosceva la serietà e l'utilità, sembrò non bastare ad un'altra schiera di giovani, o più dominati da un prepotente bisogno di combattività, o meno disillusi dei primi sull'antico meccanismo delle cospirazioni politiche. E questi, raccogliendo intorno a sè gli antichi compagni e rannodando le antiche fila, deliberarono di continuare, per loro conto e con loro pericolo, quei metodi di propaganda rivoluzionaria che già erano parsi buoni molti anni prima, e da cui speravano poter trarre ancora utili occasioni di fortunate audacie.

Così venivano designandosi i tre partiti fra cui si sarebbero suddivisi, secondo le varie attitudini, tutti gli elementi politici della città. Partiti, diversi dagli attuali in ciò, che mentre questi si combattono con accanimento, quelli non solo si rispettavano, ma si aiutavano a vicenda; perchè certi che, qualunque programma trionfasse, qualunque metodo prevalesse, erano programmi e metodi di uomini onesti, devoti all'indipendenza, più che ad ogni altra fisima di organismi speciali.

I primi avevano il loro programma deciso, l'unione alla monarchia liberale; i secondi aspettavano che la monarchia facesse migliori prove, preparando intanto vigorosi elementi intellettuali e morali a una futura amministrazione politica; gli altri mantenevano la loro fede all'ipotesi repubblicana, collegandosi ai primi ed ai secondi ogniqualvolta il concetto dirigente della resistenza alla dominazione straniera rendesse necessario accrescere e accomunare le forze.

Principalissimo in quest'ultima schiera, per vigore d'animo e studio indefesso di ordini militari, era Carlo De-Cristoforis, un altro audace di antica tempra, che la prima campagna garibaldina lasciò cadavere, e che avrebbe forse emulato, nelle successive, i Sirtori, i Medici, i Bixio. Gli era eguale per influenza e per attività quell'Attilio De-Luigi che abbiamo già visto centro di preparazioni politiche e militari, prima delle Cinque Giornate. E, senza notare i moltissimi, ricordiamo fra i molti di questo nucleo il Pezzotti, il Majocchi, il Gerli, i Lazzati, il Guttierez, il Piolti de' Bianchi, e un giovane pavese allora in molta intrinsichezza coi nostri, Benedetto Cairoli.

Teneva una situazione quasi intermedia fra questi e il gruppo capitanato dal Tenca, un altro giovane, di cui cominciava a farsi autorevole il giudizio e simpatica l'influenza presso tutti gli elementi patriottici di Milano, — Emilio Visconti-Venosta.

Nessuno infatti avrebbe potuto in quell'epoca, meglio di lui, rappresentare quell'insieme di movenze che era necessario a tener vivo e continuo il nesso fra le compagini politiche milanesi. Accetto al patriziato liberale per le aderenze famigliari e personali e per una certa eleganza di educazione che ne lasciava intatta la solidità; amicissimo al Tenca e a' suoi collaboratori, fra i quali pigliava un posto notevole pei suoi articoli magistrali di critica e di dottrina politica; era nel tempo stesso in intime relazioni cogli uomini del programma avanzato, delle cui speranze e delle cui illusioni era stato fino allora e continuava, fino ad un certo punto, ad essere partecipe.

Il Visconti-Venosta usciva infatti politicamente egli pure da quell'ardente atmosfera dell'apostolato mazziniano, in cui s'era tuffata, come in un bagno di vapori patriottici, tutta la generazione del tempo suo. Anch'egli chiamava Mazzini il maestro e Mazzini gli rispondeva non sappiamo se figlio o fratello. Aveva scritto, durante i quattro mesi, sull'Italia del Popolo, articoli ridondanti di quella fraseologia mistica ed armoniosa che la scuola mazziniana traeva, esagerandola forse, dal suo fondatore. E quando, negli ultimi giorni, cessata la ragione dello scrivere, pareva ritornasse l'opportunità del combattere, il discepolo seguì religiosamente il maestro in quella colonna di volontarj a cui l'armistizio Salasco tolse presto ogni occasione possibile di sacrificio.

Gli avvenimenti del 1849 avevano esercitata sul pensoso intelletto suo, come su quello del Tenca, la loro azione o piuttosto la loro reazione. Più giovane del Tenca, egli durò tuttavia, più a lungo in quella cerchia di pensieri da cui aveva prima tratto la sua educazione politica. Nelle discussioni che s'erano agitate intorno al futuro indirizzo del partito nazionale, aveva optato per un programma di cospirazione. E, pur lavorando cogli amici suoi del Crepuscolo a creare un ambiente elevato negli ordini intellettuali, la sua attitudine accennava ad azione più vibrata e a maggiori vincoli colla parte democratica ancor dominata da ideali di popolari riscosse. Così non fu degli ultimi a caldeggiare la ripresa di un'agitazione rivoluzionaria disciplinata da concetti organici; e stancava in quei giorni le vetture cittadine, recandosi con altri amici a raccogliere, di casa in casa, i voti per la costituzione di un Comitato centrale milanese, che riuscì infatti composto di Attilio De-Luigi, di Alberico Gerli, del Pezzetti e di qualche altro.


Le condizioni, per così dire, strategiche della lotta che Milano si preparava di nuovo a sostenere, s'erano mutate notevolmente, — così in meglio come in peggio — dalle epoche antecedenti. Dal 1820 al 1844, i combattenti appartenevano quasi esclusivamente alle classi nobili o molto agiate della città. Dal 1844 al 1847 era scesa in campo, ricca di forze, anche la borghesia. Ma la classe popolare, operaia, era stata fino allora piuttosto spettatrice simpatica che energica cooperatrice alla lotta. Solamente negli ultimi mesi innanzi al 18 marzo, l'entusiasmo bellicoso l'aveva guadagnata; ma più avevano potuto sovr'essa le mistiche influenze del papato liberale e le giuste collere provocate dalla ferocia dell'8 settembre e del 3 gennaio, anzichè una chiara e viva percezione delle necessità che hanno i popoli di vivere di vita loro, senza vincolo di esterne dominazioni.