Lo precedeva d'una decina d'anni il conte Cesare Giulini Della Porta, che alle stesse doti di animo e di cuore univa una vasta cultura appena dissimulata sotto la semplicità del discorso, una portentosa memoria, punto vulnerata dalle eccentriche distrazioni in lui proverbiali. Gentiluomo d'antico stampo e di largo censo, usava d'ogni forza sua, economica, intellettuale o sociale, per intenti di patria e di progresso. Nessuna iniziativa di studj[81], di beneficenza, di vigore politico, trovava chiusa la sua borsa o freddo il suo cuore. Le numerose relazioni personali ch'egli manteneva e accresceva con una instancabile corrispondenza, l'autorità che gli veniva dall'essere stato nel Governo Provvisorio di Lombardia, la considerazione di cui godeva in tutta l'aristocrazia lombarda e il molto bene che gli volevano le classi popolari da lui beneficate[82], lo rendevano anche rimpetto al Governo austriaco un uomo importante; ed egli ne approfittò per osare quello che altri forse non avrebbe potuto, ma che, scoperto, avrebbe tolto a lui come ad altri la libertà e probabilmente la vita.
In tutto il periodo che precedette i movimenti militari del 1859, fu il conte Giulini il centro e l'anima di quel vasto movimento di volontarj che s'avviavano ogni giorno al di là del Ticino, per accrescere combattenti all'esercito piemontese e sottrarne alle coscrizioni nemiche. Giovato dalle molte sue conoscenze e dall'affetto che avevano per lui gli affittuarj e i coloni delle sue varie tenute, il Giulini aggiungeva a questo lavoro quello di raccogliere tutti i dati relativi ai concentramenti ed alle dislocazioni delle truppe austriache; dati quasi sempre esattissimi e che, trasmessi giornalmente al quartier generale dell'esercito franco-sardo, gli furono parecchie volte d'inapprezzabile aiuto. Sprofondato in questa doppia bisogna egualmente pericolosa, ma il cui vantaggio pratico per la causa nazionale era egualmente chiaro, Cesare Giulini stette fino agli ultimi giorni in Milano, malgrado che la polizia militare avesse occhi attenti sopra di lui. Lo si vedeva nei soliti ritrovi serali, lo si incontrava per le solite vie coll'abito negletto, il passo obliquo e il sorriso distratto; ma la mente era pensosa, il cuore saldo, e tutte le sue nobili facoltà si concentravano operose in quello che per allora gli pareva il dover suo e il modo più immediato di giovare alla patria[83].
Il programma albertista non era però nei primi anni diviso da un altro nucleo di giovani intelligenti e coltissimi, che al Giulini, al Dandolo, al D'Adda erano congiunti dai più stretti vincoli di stima e di amicizia personale.
Erano gli antichi avventori del caffè della Peppina, a cui s'era aggiunta la schiera, anche più giovane, degli scrittori e dei pubblicisti maturati alla breve esperienza liberale dei quattro mesi. Caduta Milano, avevano girovagato qua e là per l'Italia, scrivendo, cospirando, stringendo relazioni letterarie e politiche, a Firenze, a Roma, a Torino. Rientrando, dopo le catastrofi italiane, sotto il domestico focolare, sentirono il bisogno di raccostarsi, di riprendere il filo delle antiche intimità, di coordinare, se era possibile, la loro singola azione allo svolgimento di un programma comune.
Quest'ultima ipotesi sembrava e si dimostrò infatti difficile. Le impressioni individuali non erano identiche e condussero presto alla formazione di due correnti patriottiche, concordi nello scopo, divise nel metodo.
Una prima schiera accettò presto l'indirizzo che proponeva, con pensato vigore, un uomo rimasto fino allora piuttosto soldato che capitano, Carlo Tenca.
Ingegno più solido che vasto, più preciso che immaginoso, di convinzioni austere, di alta coscienza e d'irremovibile tenacità, il Tenca univa a tutte le fiere qualità della sua origine popolana l'amore a tutte quelle eleganze d'intelletto, di studj e di istinti, che sogliono ordinariamente essere la base educativa delle classi superiori. Preparato alla politica, come tutta la gioventù d'allora, dai libri del Foscolo e del Mazzini, durante i quattro mesi della nostra effimera liberazione aveva scritto per qualche tempo nel giornale ufficiale del Governo Provvisorio, da cui s'era allontanato in seguito per desiderio di azione politica più indipendente. Non era stato partigiano dell'atto di fusione colla monarchia piemontese, e si mostrò severo censore di parecchie delle disposizioni che, a quello scopo, s'erano prese o si travedevano.
Quando giunse l'epoca dei rovesci, e si trattò di sostituire al Governo Provvisorio un Comitato di Difesa, che assumesse una specie di potere dittatorio, il Tenca si oppose apertamente alla prima combinazione, che si basava sui nomi del colonnello Varesi, del conte Francesco Arese e di Cesare Correnti. Gli pareva una combinazione d carattere troppo fusionista, e fu principalmente per le insistenze sue che si procedette ad un'altra combinazione, in cui entrarono il generale Fanti, il dottor Maestri e l'avvocato Restelli, rimanendo il Correnti segretario del Comitato. Dopo l'infausta giornata del 5 agosto[84], il Tenca, con altri amici suoi milanesi, s'era condotto a Firenze, dove, seguendo sempre il concetto della rivincita popolare, collaborò a giornali e ne fondò, aiutando talvolta, contrastando più spesso l'indirizzo governativo, che gli pareva or fiacco or violento, di quei governanti, in ispecie del Guerrazzi e del Montanelli.
Nel complesso, lo spettacolo di quei saturnali politici aveva fatto grande impressione sul retto ed austero animo suo. Tornava a Milano, dubitoso della efficacia d'ogni programma di azione immediata, sconfortato delle prove fatte, dolorosamente persuaso che, se poco felice era stata l'iniziativa del principato liberale, anche peggiore era stata quella delle torbide democrazie. Sicchè patrocinava un programma di ricostruzione intellettuale e morale, da lui posto come base unica e logica d'ogni futura azione. Disposto a spingere, come gli altri e più degli altri[85], il contegno di intransigenza contro ogni elemento e contro ogni istituzione d'indole straniera, non credeva però ad efficacia di congiure e non intendeva mescolarvisi. Voleva che si lasciasse per allora deporre alla rivoluzione il suo limo, e che si preparasse, con civile rinnovamento di studj filosofici, giuridici, politici, economici, la generazione atta a governare più tardi con maggiore competenza e maggiore esperienza l'ulteriore movimento che i tempi avrebbero consigliato.
All'opinione sua aderirono presto parecchi fra quelli che a somiglianti discussioni prendevano parte; e si deliberò la fondazione di un giornale che a siffatte idee desse tono e avviamento. Così nacque il Crepuscolo, che fu per nove anni l'efficace stromento di una vera educazione pubblica, e di cui scrisse recentemente la storia uno dei più autorevoli fra i suoi fondatori e scrittori[86].