Ned era facile allora — come fu possibile poi — avviare cogli emigrati intelligenze dirette e costanti. Oltrechè, le necessità milanesi esigevano evoluzioni così rapide e così varie, che ogni direzione da fuori sarebbe stata inevitabilmente o tarda o inefficace o disastrosa. Bisognò dunque, sino dai primi giorni, rifare i quadri; e trarre da nuovi elementi, presenti sempre ed attivi, le virtù nuove rese necessarie dalla mutata natura delle difficoltà e dei pericoli.
Per chiarezza e semplicità di programma, se non per numero — allora — di aderenti, primeggiava quel nucleo di giovani patrizj che avevano risolutamente accettata, fin dal primo stadio della rivoluzione, l'iniziativa liberale e la direzione politica della monarchia piemontese. Si dicevano e si lasciavano chiamare albertisti, perchè in Carlo Alberto avevano confidato, come confidavano nel giovane ed energico suo successore. Conservatori per educazione e per interessi sociali, non erano men risoluti di ogni altro a volere, con inflessibile tenacia, l'indipendenza; ma credevano che per raggiungerla non fosse di troppo avere per sè le forze — momentaneamente impacciate — d'un vecchio Stato, d'un esercito regolare, d'una illustre e leale famiglia di principi italiani e costituzionali. L'esperienza delle discordie politiche e delle impotenze amministrative durate nei quattro mesi li avevano disgustati d'ogni soluzione provvisoria. Nè i capi, nè i programmi repubblicani, sorti durante lo stesso periodo, erano lor parsi tali da dover inspirare invincibili simpatie. Sicchè il Piemonte restava l'unico faro che illuminasse di qualche luce il tetro avvenire; ed essi, pur accettando dai loro amici di programma diverso ogni necessità di cospirazione o di lotta contro i governanti stranieri, mettevano la loro fede negli organismi della monarchia liberale; coordinavano la loro azione, il loro impulso, la loro propaganda morale alle situazioni che vedevano create o accettate da quelli fra i loro amici rimasti a Torino, per appoggiare delle loro influenze e rappresentare col loro nome la continuazione di una politica d'indipendenza.
Autorevole in questo nucleo per solidità di studj e di convinzioni era Alessandro Porro, ingegno calmo e colto, avvezzo a meditare prima di risolvere, a non pentirsi dopo avere risolto. Più spigliato d'indole e più mescolato agli aneddoti sociali ed a vivacità battagliere, Carlo D'Adda ajutava questo programma di tutte le intimità che il suo carattere e la sua schiettezza gli avevano ottenuto presso la Corte in Torino, dove Carlo Alberto gli era stato largo di così patriottici e confidenti colloquj. Uomini gravi e giovani intelligenti fra i Taverna, fra i Prinetti, fra i Greppi, fra i Trotti, fra i Litta-Modignani caldeggiavano simili aspirazioni, alle quali non mancava l'adesione, piena di modesto riserbo, dell'uomo più illustre che contasse in Italia il partito unitario, Alessandro Manzoni.
Due giovani però spiccavano sopra gli altri, in questo nucleo politico, pei loro precedenti e per la vasta azione, — il conte Cesare Giulini e il conte Emilio Dandolo.
Quest'ultimo, giovanissimo ancora e già ricco di fama, apportava al gruppo albertista tutto il profumo della squisitissima indole sua, tutto il prestigio della leggenda, che cominciava già a formarsi intorno alle vittime e ai difensori di Roma. Fratello, più che amico, di Manara e di Morosini, morti entrambi, si può dire, nelle sue braccia, Emilio Dandolo aveva potuto fare, a vent'anni, un'esperienza degli uomini che pochi sanno acquistare a quaranta, un'esperienza del dolore, che non lasciava più in lui nulla di frivolo o di spensierato. Era stato sulla breccia, coll'armi in pugno, finchè in Italia era rimasto un palmo di terra da difendere contro stranieri. Cessata la lotta, ridiventava uomo di pensiero ed aveva scritto un opuscolo: “I volontarj ed i bersaglieri lombardi„ nel quale affrontava con molto coraggio civile alcuni fra i pregiudizj che avevano allora più corso fra l'inesperta gioventù liberale. Il volontario, fido soldato di Garibaldi e di Medici, non temeva di affermare che solamente da eserciti regolari doveva l'Italia attendere la sua liberazione; il valoroso difensore della Repubblica romana sosteneva vigorosamente il programma dell'Italia monarchica, sotto la guida della dinastia di Savoja. Più tardi, un'altra idea savia e feconda avrebbe sostenuto, in apparente contrasto coll'azione sua giovanile, — l'alleanza con quella Francia, i cui soldati avevano rotta, colle loro palle, la vita dei più cari amici che avesse al mondo, suo fratello Enrico, il Morosini, il Manara.
Ma non era da lui che potesse uscire il grido di un egoismo, o di una passione, pure larvata da patriottiche ipocrisie. Entusiasta, come lo s'è a vent'anni, sapeva però discernere un affetto individuale dal grande interesse della patria. Sapeva che nelle grosse questioni di politica internazionale, non sempre possono i governi — regni o repubbliche — lasciarsi guidare dai soli impulsi simpatici. Vedeva chiaro che gl'interessi della Francia avrebbero, tosto o tardi, combaciato coi nostri, e faceva volontieri il sacrificio delle sue rimembranze ai nuovi bisogni e alle nuove amicizie del suo paese.
Stringersi oggi a chi si ha combattuto jeri, o viceversa, è la legge storica di tutte le relazioni internazionali, l'andamento normale di quasi tutte le emancipazioni politiche. Guai se, adottando una politica di fanciulli o di furibondi, c'immaginassimo che i nemici trovati un giorno sopra un campo di battaglia vi fossero perchè ci odiavano! Tramuteremmo l'Europa in altrettanti campi trincerati quanti sono i popoli che, in una od altra epoca, si sono affrontati, e prostituiremmo le alte necessità della patria dinanzi alle volgari manifestazioni del rancore o della vendetta.
Uno Stato forte e intelligente prova anzi una certa voluttà virile nell'avvicinarsi ad una potenza contro cui s'è lottato sul campo o nella diplomazia. Le amicizie militari meglio sorrette dalla reciproca stima nascono ordinariamente, dopo la pace, fra gli ufficiali che si sono vigorosamente battuti durante la guerra. E se da un governo o da un principe che ci ha offesi, viene l'istante in cui la patria trae servigio o vantaggio, la grandezza d'animo consiste nel ricordarsi di questo, non nel piatire, come un compratore fedifrago, per scemare il prezzo d'una merce che s'è chiesta e accettata.
Così comprendeva il patriotismo Emilio Dandolo; e così, crediamo, lo avrebbe compreso in ogni futura epoca della sua vita, se non avesse dovuto soccombere, pochi anni dopo, al fiero morbo che già in quell'epoca si leggeva devastatore sull'emaciato e pallido viso.
Per ora, il nobile giovane, in cui l'Italia ha certamente perduto un uomo politico di prima riga, si accontentava d'essere un elemento di coesione e di forza in mezzo a tante cause di sfiducia e di dissoluzione. Simpatico di persona e di nome, gentile di modi, vigoroso di animo, gettato così presto nel vortice delle grandi emozioni, il Dandolo sentiva che il fragile tessuto della sua vita si logorava rapidamente. Questa sicurezza dava ordinariamente al suo viso una tinta di melanconia, ma nel tempo stesso — com'è natura del morbo — gli rendeva più dolce l'indole e più fine l'ingegno. Di tutti gli amici suoi, — di tutte le amiche — era l'idolo, e lo meritava. Nessuna cosa, può dirsi, facevasi intorno a lui, senza il consiglio suo. Ed egli della sua influenza non usava che per cose alte e fiere. Era di quegli uomini destinati a servire, persin morendo, la patria che amano.