Mentre la reazione od aveva vinto o si preparava a stravincere, il liberalismo si nascondeva sfiduciato, e la rivoluzione sperdeva in audacie, talvolta generose, ma sempre isolate e insufficienti, le forze materiali e morali che il pensiero nazionale aveva faticosamente raccolte.

Nessun governo indipendente in Italia, tranne quel piccolo Piemonte, strozzato dalle indennità di guerra e dall'occupazione militare austriaca. Radetzki padrone di Alessandria, D'Aspre di Firenze, Oudinot di Roma, Hoyos di Bologna, Haynau di Brescia; a Milano si bastonavano le donne, a Napoli s'accoppiavano Poerio e Spaventa cogli assassini; Garibaldi si trafugava per tutte le sinuosità dell'Appennino, traccheggiato da quattro eserciti e da cinque polizie; Venezia moriva di bombardamento e di colera; l'Ungheria, svenata, cadeva bocconi ai piedi dello Czar; e le nostre popolazioni, tradite nelle loro speranze, vacillanti nella loro fede, erano malmenate da giornali e da giornalisti senza pudore, che dopo averle abbeverate, nei giorni lieti, d'odio e di menzogna, s'erano rifugiati, nei giorni tristi, fra le schiere degli oppressori, mescolando il loro scettico ghigno al romore delle fucilazioni dei patrioti, da loro aizzati e abbandonati[80].

Alle catastrofi militari s'aggiungeva la catastrofe intellettuale e morale. Nulla di organico aveva potuto resistere ai colpi della sfortuna. Le autorità personali erano sfatate; i metodi di governo screditati; l'energia rivoluzionaria si svaporava in proclami, in coccarde, in feste, in saturnali di palazzo e di piazza; si diffidava degli onesti; si credeva ai birbi, che degli onesti sorgevano accusatori. Gli elettori politici, traviati dall'orgia delle idee false, preferivano un Pansoya al conte di Cavour. I patrioti erano diventati traditori, i traditori diventavano a loro volta patrioti. Era insomma un'aberrazione di menti da ricordare le follíe degli untori, — un palleggiarsi di accuse e di recriminazioni, che lasciava nelle maggioranze un infinito disgusto di cose pubbliche. I partiti politici erano saliti.... o discesi alla più acuta espressione dell'intolleranza. Monarchici e repubblicani, radicali e moderati, unitarj e federali parevano odiarsi fra loro ancora più che non si odiassero gli stranieri da ciascuno di loro. A Roma non si accordavano Mazzini e Garibaldi; a Firenze, Montanelli e Guerrazzi si tenevano il broncio; in Piemonte spesseggiavano le crisi ministeriali; Genova insorgeva contro Torino, Napoli inveiva contro Messina. Lo stesso esercito piemontese, — l'unica speranza dell'avvenire — era lacerato dalle fazioni; e una parte dei soldati non volevano battersi, perchè turbati da seduzioni clericali, e il generale Ramorino non si batteva perchè corrotto da seduzioni repubblicane.

È facile immaginare che effetti dovesse cagionare lo spettacolo di quest'anarchia italiana sulla popolazione milanese, ripiombata, dopo quattro mesi di romorosa illusione, sotto un regime reso senza paragone più duro dall'ebbrezza della vittoria e dal ricordo delle vicendevoli offese.

Forse anzi fu questa stessa durezza che la salvò. Fu la terribile realtà delle conseguenze che produce nella vita dei popoli la rettorica sostituita all'esperienza, la petulanza sostituita all'ingegno, che abbreviò meravigliosamente per Milano, e in genere per tutte le provincie ricadute sotto la dominazione straniera, il periodo della convalescenza. Milano si trovò come un ebbro sotto la doccia. Quel bagno gelato dissipò in un minuto i fantastici orgogli e le allucinazioni delle fibre eccitate. La città si trovò nuovamente di fronte alle altere uniformi bianche, allo strascico delle sciabole sui selciati, agli aspri suoni del linguaggio straniero, alle brutali intimazioni di pattuglie e di sentinelle, alla pettoruta insolenza di una bieca e irresponsabile polizia. Comprese che tutto ciò voleva dire la fine di un'egloga e il principio di un dramma. Si guardò intorno e si vide sola. Nessun ajuto possibile dall'interno, nessuna speranza, neanche lontana, da fuori.

Allora Milano rientrò in sè stessa; vide di essere la sentinella avanzata di un esercito impotente a riprendere l'offensiva; sentì la nobiltà della sua missione, la fiera ma gloriosa inesorabilità del suo dovere. Deliberò di restare al suo posto, finchè dietro ad essa l'esercito avesse potuto ricomporsi. Raccolse le sue forze; non contò i nemici, ma li guardò in faccia senza paura; e cominciò quella lotta giornaliera, multiforme, implacabile contro ogni elemento, contro ogni esigenza di dominio straniero; una lotta che il conquistatore leggeva in ogni sguardo e sospettava in ogni parola; una lotta che avvolgeva in una salda solidarietà d'affetti e d'intenti tutti i partiti, tutte le classi, tutti i gruppi della cittadinanza; — quella lotta che, dal 1849 al 1859, fu una pagina illustre della virtù nazionale.

Questa lotta fu combattuta da tutti, in tutti i modi, secondo le forme ed i metodi che a ciascuno, in ciascuna occasione, parvero preferibili. Noi non pretendiamo raccontarla, cercheremo riassumerla nelle sue linee principalissime. Chi la racconterà — assai più tardi — potrà essere giusto con tutte le persone; noi non potremo ora che essere giusti rispetto alle cose. Delle persone diremo con sobrietà quello soltanto di cui siamo sicuri. E non di tutte; giacchè, naturalmente, nè tutte conoscemmo, nè di molte sarebbe ancor bene dir tutto. A quelli che, pur essendo stati in prima linea, fossero o si credessero dimenticati, mandiamo fin d'ora schiettissime le nostre scuse. Si vendichino, dicendo che questo nostro non è neanche un riassunto, è semplicemente una sfumatura del poema. Noi non li smentiremo. Saremo paghi se gli uomini imparziali riconosceranno la nostra imparzialità, e se diranno che, avendo pure scritto il vero, abbiamo scritto soltanto il vero a noi noto.


Caduta, con Venezia, l'ultima fioca speranza di ripresa politica, l'opinione pubblica milanese subì un periodo sussultorio, quello che segue davvicino inevitabilmente le grandi catastrofi. L'onda commossa continua a spumeggiare sul lido lungo tempo dopo che la tempesta in alto mare è cessata. Però il periodo fu breve; e il partito nazionale si adagiò virilmente nella considerazione dell'avvenire, frazionandosi, secondo l'indole delle cose e la fisonomia morale degli individui, in tre compagini principali, che si proposero di camminare, con proprj metodi, verso l'intento comune dell'indipendenza.

Queste compagini ebbero subito e necessariamente capi locali, mezzi locali, direzioni indipendenti e locali. Le autorità intellettuali che avevano creato il movimento, le influenze statevi fino allora prevalenti erano tutte sparite. Gli uomini di maggiore notorietà del precedente periodo avevano dovuto subire le conseguenze della sconfitta. Il Cattaneo s'era ritratto a Lugano, inutilmente e ingiustamente sdegnoso; il Correnti cercava di rifar programmi a Torino, accarezzato pel fervido ingegno e per l'inquieto ideale; Casati, Borromeo, Arese, Mauri, Burini, Torelli, Guerrieri-Gonzaga, Giorgio Pallavicino, emigrati volontarj o forzati, reclutavano aderenze e simpatie fra i nuclei politici a cui appartenevano, o a Genova o a Torino o a Parigi. Luciano Manara era morto eroicamente coll'armi in pugno; Cernuschi e Maestri, appartati dal movimento paesano o imbronciati con esso, avevano trovato a Parigi, con diversa fortuna, nuove occupazioni e nuove clientele.