Fu l'insurrezione cittadina o la sicurezza dell'intervento piemontese che consigliò la ritirata del maresciallo? ecco il tema, che parve di grande interesse il discutere alla massima parte di quelli che non avevano combattuto. Eppure nessuna questione è più oziosa, nessuna è più chiara. Gli eventi politici non hanno quasi mai una sola cagione. E quanto sarebbe odioso il negare che l'insurrezione milanese sia stata una vera e propria vittoria, altrettanto sarebbe puerile l'affermare che, senza la marcia offensiva dell'esercito piemontese, Radetzki avrebbe dovuto ritirarsi a Verona. Forse nessuno dei superstiti delle cinque giornate oserebbe oggi sostenere siffatta tesi.
Nè questa è necessaria alla gloriosa riputazione di quella battaglia cittadina. La quale, ripetutasi pochi mesi dopo, e certo con eroismo non minore, fra le patriottiche mura di Brescia, è finita con una tremenda catastrofe, appunto perchè nessun ajuto d'esercito ha potuto secondare in campo aperto la difesa delle contrade.
Non torturiamo i fatti per trarne più di quello che possono dare. Bisogna essere orgogliosi delle Cinque Giornate, perchè rappresentano una somma di attività morali e di virtù militari, che il patriottismo solo ha saputo far sorgere e disciplinare a splendidi risultati.
Non bisogna però avvezzare l'animo nostro a credere riassunta la virilità di una nazione in questi scatti d'audacia; disinganni durevoli seguirebbero da vicino la passeggiera vanità.
Dopo l'epopea delle cinque giornate, è venuta pur troppo un'elegia: elegia lunga e dolorosa, di cui furono in gran parte responsabili quelli stessi che erano stati fattori dell'epopea.
Vuol dire che nella vita dei popoli, come in quella degli individui, il dolore tien dietro presto alla gioja e rompe i facili orgogli.
Quei cinque giorni di virtù, di concordia, di devozione a grandi ideali partorirono quattro mesi di fiacchezze, di rancori, di lotte intestine e ingenerose. Sembrammo indegni di una libertà che s'era conquistata con tanto vigore. E la libertà ci abbandonò, infatti, presto. Ma, fuggendo da noi, sostò al di là del Ticino, in mezzo ad una popolazione forte, solidale con principato gagliardo.
E mentre essa rifaceva istituzioni, armi e politica, da noi si rifacevano gli animi. Ci persuadevamo che a popoli moderni l'eroismo non basta. Imparavamo a nostre spese che alle virtù necessarie per crearsi una patria bisogna saper aggiungere, sotto pena di morte, le virtù necessarie per conservarla.
IL DECENNIO DI RESISTENZA (DAL 1849 AL 1859).
Nulla è più triste del 1849. Fu un'epoca di squallore del pensiero politico in tutta Italia, un'epoca di naufragio dei sentimenti ragionevoli e generosi.