Gli uomini che avrebbero accettato l'armistizio come un modo più sicuro di vincere, non hanno poi esitato ad assumere intera, coi loro atti e coi loro nomi, la responsabilità e le conseguenze dell'opinione contraria, accettata dalla gran maggioranza. È tutto quello che si può domandare, in una discussione patriottica, ad uomini di cuore. Nè la storia giudica minore, nella spedizione di Marsala, la gloria di Sirtori, benchè, nel consiglio che la precedette, avesse espresso opinione contraria all'impresa.


Ci siamo alquanto dilungati intorno a questa pagina della rivoluzione milanese, perchè ci pare veramente una di quelle, intorno a cui le passioni o i pregiudizj di parte hanno piuttosto addensato il bujo che cercato il vero.

Ora, noi pensiamo che uno storico — per minuscolo che sia il suo nome o il valor suo — da nessuna passione deve lasciarsi investire, da nessun pregiudizio dominare. Anzi, dove scorge o gli pare di scorgere un pregiudizio od una passione, ivi è dover suo accumulare chiarezza di esposizione e lealtà di argomenti perchè solo rifulga il vero, che mette al loro posto uomini e partiti.

Viviamo in un tempo in cui l'indagine universale chiama alla propria sbarra gli scrittori del tempo antico, per controllare le loro asserzioni al lume di una critica inesorabile. Si sono pubblicati dei volumi per dimostrare inesatto un passo di Erodoto o appassionata un'affermazione di Tito Livio. Ci parrebbe dunque di andar contro allo spirito dell'epoca nostra, lasciando, per quanto sta in noi, che di cose accadute meno di quarant'anni fa, mentre son vive ancora le persone a cui quegli eventi s'annodano, si radichi senza contrasto un concetto sintetico pieno d'ingiustizia e di esagerazione. Le verità che urtiamo del gomito non debbono esserci meno sacre di quelle da cui ci dividono duemila anni.

E tanto più dobbiamo cercare e constatare lealmente questa verità contemporanea, perchè il travisarla o l'abbujarla parrebbe non avere ormai altro scopo che di gettare un'ombra sulla riputazione di tre o quattro cittadini, a cui tutti abbiamo riconosciuto onestà di vita e azione patriottica; mentre un morboso furore di riabilitazioni umanitarie ci spinge a disseppellire Tiberio, Lucrezia Borgia e Filippo II per rifar loro possibilmente fisonomie più dolci e virtuose.

Di errori nel 1848 se ne fecero più troppi che pochi; e la storia imparziale li additerà. Forse nessuno, al suo cospetto, andrà immune da rimproveri per quello che ha fatto o detto. È bene dunque cercare fin d'ora che le fonti, a cui attingeranno gli storici futuri, siano serene, e che a ciascuno si attribuisca non più e non meno di quello che ha detto o fatto.


Le cinque giornate toccarono alla più alta espressione dei loro entusiasmi la mattina del 23 marzo, quando, dopo il terribile cannoneggiamento dell'intera notte, corse per la città il grido frenetico che gli Austriaci erano partiti. Fu un'emozione immensa, insuperabile, il cui ricordo oggi ancora fa dare un tuffo al sangue; fu la frenesia della gioja, che per ventiquattr'ore fece di Milano una sola famiglia, — che faceva prodigare a sconosciuti le dimostrazioni d'affetto ordinariamente serbate all'intimità.

Il maresciallo Radetzki, decidendo di ritirarsi la sera del 22, ci lanciava però un nuovo tizzone che avrebbe più tardi ridestata un'altra delle nostre ardenti discussioni politiche.