Ma l'instancabile cospiratore non pensò mai, fra tanta mole di pensieri, ad un assioma confermato dagli insegnamenti della storia e dall'esperienza della sua vita stessa. Le rivoluzioni che riescono non sono ordinariamente quelle che si preparano. E la prova delle Cinque Giornate non era lontana.
Il moto milanese del 6 febbrajo 1853 non era stato una sorpresa per tutti. Se n'era discussa l'opportunità, la strategia, la data. Al generale Klapka il Mazzini l'aveva annunciato tre giorni prima come una grande rivoluzione. N'ebbe un fiero dolore quando seppe che era riuscito un tragico tafferuglio.
Eppure nessuno dei patrioti di qualche esperienza in Milano aveva creduto che siffatta congiura potesse ottenere effetti maggiori o migliori. A tutti aveva inspirata una grande inquietudine la conoscenza anticipata di così temerario divisamento. E alcuni avevano cercato di sconsigliarla, prevedendone vittime inutili e ribollimento di reazioni militari. Nel fatto, nessuna preparazione dello spirito pubblico a rivolture violente; armi poche o punte: il Piemonte inteso a febbrile riordinamento di partiti, di finanze, di esercito; la Francia nella piena luna di miele d'una reazione politica; l'Austria armata fino ai denti; l'Europa sospettosa d'ogni susurro, per timore di propagande napoleoniche. Ed era in mezzo a queste condizioni generali europee che il Mazzini si preparava tranquillamente a scagliare duecento popolani contro le sentinelle austriache. Fossero stati duemila, era difficile che la sorpresa scompigliasse le autorità militari più di ventiquattr'ore. Il giorno dopo, da Mantova, da Verona, da Piacenza sarebbero venute truppe e cannoni a josa. Eravamo ben lontani dalla situazione specialissima del 1848. L'esercito austriaco in Italia era forte per numero, per disciplina, per esatti armamenti. Nè Vienna era in subbuglio, nè l'Ungheria minacciava, nè Pio IX benediceva l'Italia. Per sognare che contro queste avversità estere una insurrezione improvvisa, e di soli elementi milanesi, potesse riuscire, bisognava davvero che la mente del Mazzini navigasse in un pelago sterminato di illusioni e di fanatismi.
Nè questi nè quelle facevano velo in Milano agli uomini che fino allora avevano diretta la politica di resistenza. Vedevano chiaro che l'impresa progettata avrebbe finito con lutti e supplizj. Il Majocchi, audacissimo di pensiero e d'azione, era assai esitante nel favorirla; gli antichi combattenti delle Cinque Giornate ricusavano di parteciparvi; la sconsigliarono fortemente il dottor Pietro Lazzati, Carlo De-Cristoforis ed Enrico Besana, patriota d'ogni occasione, d'ogni coraggio, d'ogni attività[92]. Piolti de Bianchi, sprofondato più d'ogni altro in quella preparazione, invitò Emilio Visconti-Venosta a dire le ragioni degli opponenti in un ritrovo di cospiratori. Ed egli v'andò; parlò linguaggio di ragione e di patriotismo in mezzo a gente inebbriata di visioni fantastiche[93]. Non fu ascoltato; si ritirò mesto e scorato, colla risoluzione di uscire da sodalizj, dove la discussione non era più considerata che come una ribellione alla volontà di Mazzini. Nondimeno fece un ultimo tentativo per prevenire la tragedia. Con Enrico Besana cercò di raggiungere il Mazzini a Lugano e di persuaderlo a dare il contr'ordine. Partivano infatti; ma la neve, la mancanza di vetture, la sorveglianza della polizia impedirono loro di oltrepassare il confine. Tornarono inquieti a Milano; il giorno dopo scoppiava il moto.
Lo aveva disposto, ne' suoi concetti strategici, un ingegnere Brizzi, emissario mazziniano, delle provincie meridionali. Avrebbe dovuto capitanarlo di persona un Assi, fabbricatore di cappelli, presidente della Fratellanza Repubblicana[94]. Nè l'uno nè l'altro furono visti nell'ora pericolosa. I popolani reclutati si avventarono animosi. Si credevano parecchie migliaja, — furono centocinquanta. Avevano avuto per istruzione di assalire le sentinelle e pugnalarle; ne uccisero dieci, ne ferirono cinquantadue; povere vittime anch'esse della medesima tirannia, che le traeva dai lontani tugurj di Croazia e di Boemia per gettarle contro odj e vendette, di cui nemmeno capivano la ragione.
Fu tutto. Due ore dopo, i Corpi di Guardia erano in pieno assetto di guerra; le pattuglie di cavalleria spazzavano le contrade; settanta popolani furono arrestati; sedici, impiccati due giorni dopo; e fra questi, come sempre, degli innocenti: Alessandro Scannini per tacer d'altri.
Quel sangue, — degli uni e degli altri — destò compassione ed orrore; non parve a nessuno utilmente versato. Ben altra era la lotta che i combattenti delle Cinque Giornate avevano cinque anni prima inaugurata; ben altra quella che sosteneva tutta la cittadinanza milanese, disdegnando apertamente ogni giorno relazioni coi dominatori o affrontando colla spada alla mano ufficiali stranieri, colpevoli personalmente, perchè liberi di continuare o di cessare il loro ajuto all'oppressione di un popolo. A questa lotta di uomini si trattava ora di sostituire una lotta di fiere; una sfida tra il pugnale e la corda. Il sentimento pubblico vi ripugnava; onde l'effetto del 6 febbrajo fu per alcuni giorni piuttosto di depressione che di ritempera.
Ne approfittarono senza indugio i governanti, racimolando firme ad un indirizzo, che fu spedito all'imperatore d'Austria, scampato in quei giorni egli pure a un tentativo d'assassinio politico. Lo firmarono un centinajo di persone o appartenenti all'alto patriziato conservatore o membri di Istituti Pubblici, di Corpi amministrativi tutelati dal Governo o dipendenti gerarchicamente da esso; uomini insomma che non erano stati o avevano cessato di essere nel moto politico attivo, e che credettero contribuire con questo atto, non contrario a' principj morali e religiosi, ad una mitigazione della reazione politica che andava ferocemente invadendo tutto il paese.
La condotta di quei firmatarj fu variamente giudicata; e più tardi i partiti politici, colla implacabilità che loro è consueta, fecero alcuni di quei nomi — non tutti — bersaglio a clamorose invettive. Allora, la situazione terribile del paese e la commozione degli animi fecero considerare con indulgenza quell'indirizzo. Certo, neanche fra quelli che lo firmarono, sarebbe parso possibile il 5 febbrajo. Visto oggi, a più di trentanni dall'epoca, con animo sgombro di passione, se non di affetto, pare piuttosto un atto di coraggio che di viltà. Nessuno di quelli che apposero all'indirizzo il loro nome poteva temere di essere considerato personalmente come partecipe, neanche lontano, neanche involontario, dei truci fatti. Se la reazione avesse inferocito anche più, su altri e non su loro ne sarebbero caduti i colpi.