Fu quella dunque — se anche inefficace od improvvida — una rassegnazione accettata pel beneficio d'altri e non ostentata pel proprio. E, del resto, in quell'ora, a Milano, non esigeva grande fortezza d'animo il tacere o lo star nella folla. Il difficile era d'uscirne.
Le conseguenze dirette ed immediate del tentativo furono proprio le più opposte che si potessero pensare alla speranza ed all'intenzione di chi lo aveva promosso.
Il partito repubblicano ne uscì fiaccato di credito e di autorità. Quella terribile inesperienza, quella spensierata prodigalità di vite umane indarno sacrificate allontanarono dalle sue fila il nucleo più numeroso e più intelligente degli uomini che mettevano lo scopo al disopra del metodo. In una sua celebre lettera ad Emilio Visconti-Venosta, il Mazzini mostrò sentire la necessità di questa ricomposizione politica; e si congedò da una parte de' suoi antichi seguaci, esprimendosi con un tono di mestizia profetica, sotto cui primeggiava quell'orgoglio de' proprj pensieri, che gli procurò più tardi dal generale Garibaldi giudizio così severo[95]. I patrioti milanesi accettarono senza esitazione questo distacco dal Mazzini; non dimenticando i servigi resi dall'uomo e il rispetto che gli si doveva, ma altrettanto convinti che r azione sua si trovava ora in completo disaccordo col pubblico sentimento e non poteva giovar più agli scopi nazionali, ormai avviati a soluzione diversa. Il ravvicinamento fra le tre correnti politiche di cui s'afforzava il programma di resistenza divenne sempre più stretto. Gli antichi albertisti trovarono nell'appoggio di elementi giovani e vigorosi una ragione a mosse più sicure e a maggiori ardimenti. Gli antichi repubblicani, scostatisi dal Mazzini, si confusero colla schiera capitanata dal Tenca, da cui soltanto questioni di opportunità li avevano anche in passato divisi. D'altronde l'imperversare della reazione militare aveva costretto i più noti cospiratori ad allontanarsi da Milano; il De-Cristoforis n'era uscito, travestito da cocchiere d'un patrizio beneviso al Governo, il Majocchi, sotto il vano d'una cassa in un carro pieno di calce. I popolani, avvezzi all'impulsione delle società segrete, accettarono quella che loro veniva da uomini noti e rispettati in paese, dei quali conoscevano o la vita integra o l'indole generosa.
Senza essere ancora precisamente legati ad un vero programma comune d'indole politica, tutti questi elementi cooperarono però d'allora in poi con vicendevole stima e vicendevole responsabilità. Si rifaceva, sotto la pressione delle necessità nazionali, una situazione cittadina moralmente identica a quella che aveva precorso le Cinque Giornate; la stessa fiducia nelle influenze patriottiche moderate; lo stesso vigore di manifestazioni individuali; il disdegno egualmente calmo di tutte le affettazioni di forza che il Governo moltiplicava. Solamente v'era un'esperienza più seria delle cose pubbliche, — quella che il dolore aveva maturata. Si comprendevano e si apprezzavano, meglio che nel 48, le relazioni fra gli Stati, le complesse necessità della politica e della diplomazia. Il patriottismo era rimasto, la rettorica era sparita. Non si metteva più la speranza della liberazione nei Polacchi, nei Magiari, negli Slavi, nei Rumeni; la si sentiva nell'attitudine operosa e virile della monarchia liberale italiana, nella vivace fierezza del suo grande ministro, nell'insieme — pure sconnesso e oscillante — della politica napoleonica, di cui la popolazione milanese, con quell'istinto che viene dalla cotidiana e indagatrice osservazione dei sofferenti, presagiva già inevitabile l'ultimo postulato, — la guerra all'Austria. Gli studj accennavano ad una rinata robustezza di fibra intellettuale e si volgevano ad argomenti di pratica attualità. Il Crepuscolo dava all'eletto manipolo de' suoi scrittori un vastissimo campo di affermare criterj nuovi nel progresso letterario e scientifico; un giovane di alto avvenire, Stefano Jacini, pubblicava un libro pensato e fortunato sulle condizioni agricole ed economiche del paese; alla Cassa d'Incoraggiamento d'Arti e Mestieri, dov'erano ancor fresche le feconde iniziative del Kramer e del Mylius, s'abbozzava un programma di laboriosità e di rinnovamento industriale, sotto l'impulso di Lorenzo Taverna, di Ignazio Vigoni, di Antonio Allievi, di Guido Susani.
Così si veniva preparando un'opinione pubblica illuminata, progressiva, atta a sostenere o a combattere programmi di governo. L'intransigenza politica, restando fiera, diventava effetto di logica più che di passione. Cominciò allora la prevalenza di quel complesso di metodi e di pensieri, che fa più tardi battezzato come politica moderata e che durò in Milano fin verso gli avvenimenti parlamentari del 1876. Certo, il Mazzini, dopo quell'epoca, non ebbe più in Milano l'efficacia da trascinare nè una massa ne un uomo. Il prestigio delle sue dottrine era caduto col mutarsi delle condizioni politiche a cui s'affacciava l'Italia. La sua decadenza politica era incominciata. Conservò ancora qualche influenza nelle provincie, dove la difficoltà di conoscere nelle sue origini e ne' suoi particolari l'impresa del 6 febbrajo prolungò di qualche anno le illusioni repubblicane. Ma il sistema suo di consigliare insurrezioni, sempre e dappertutto, lasciando credere che, dappertutto e sempre, vi fossero solidarietà insurrezionali, unicamente sognate nel credulo e mistico ambiente in cui egli viveva, svezzarono presto anche i più giovani dal metodo inefficace e antiquato della cospirazione mazziniana.
Quando sorsero gli avvenimenti del 1859, si udì con meraviglia che una quarantina d'individui in Italia aveva protestato contro l'alleanza francese e contro l'arrivo dell'esercito che avrebbe combattuto a Magenta e a Solferino. Parve una monomania come un'altra, e ne fu discorso per cinque minuti. Poi cominciò a risplendere l'astro di Garibaldi, e quello del vecchio profeta si ecclissò. A Samuele era successo Davide, che uccideva i giganti a colpi di fionda. Quanto v'era di patriotismo serio e bollente nella gioventù italiana stette con Davide, che conduceva a guerre meravigliose e a smaglianti vittorie. Samuele ebbe il torto di prolungare, oltre ogni misura, un periodo di predicazione che gli avvenimenti avevano sopravanzato. La vecchiaja di Mazzini fu triste. Ed è triste per tutti che un uomo della sua fede non abbia potuto passare gli ultimi anni, tranquillo e rispettato, in quella patria alla cui formazione aveva pur contribuito. Non fu colpa certo de' suoi concittadini; fu sua. E Iddio, in cui egli credeva, gli avrà certamente perdonato l'eccesso d'orgoglio, che è il tarlo della sua fama e fu quello della sua pace.
La reazione militare che susseguì al tumulto del 6 febbrajo fu, come accennammo, violenta.
Proclamato lo stato d'assedio e mantenuto per lungo tempo con tutte le sue rigidezze; sfrattati tutti gli Svizzeri del Canton Ticino perchè sospetti di relazioni rivoluzionarie; colpiti di sequestro i beni dei fuorusciti, anche di quelli a cui il Governo stesso aveva negato il ritorno e l'amnistia; chiuse le porte delle città; proibito il circolare delle vetture; proibito il suono delle campane; impedito a più di tre persone il raccogliersi; tutte le spese militari a carico della città; ronde e pattuglie ad ogni ora, di giorno e di notte; le sentinelle ricoverate entro recinti d'inferriate, quasi affettando di considerare un sicario in ognuno dei cittadini. Vi furono dei sordo-muti freddati dalla carabina delle scolte, per non aver potuto udire nè rispondere al lugubre halt wer da? (chi va là?) che ad ogni tratto risuonava.