La cittadinanza lasciava passare questi furori e non mutava contegno. Anzi la disciplina politica parve degli stessi furori avvantaggiarsi. Le questioni dei ticinesi e dei sequestri, diventando internazionali, provocavano difficoltà diplomatiche, da cui l'Austria non usciva sempre con riputazione. Le note piemontesi crescevano di energia; Vienna e Torino si restituivano a vicenda i loro ambasciatori, preludio di maggiori ostilità. Milano si sentiva fatta il nodo della questione italiana, e sopportava lietamente le proprie sofferenze, perchè convinta che queste affrettavano i tempi nuovi.


Tutto ciò ebbe a mutare di punto in bianco sul principio dell'anno 1857. Allora la Lombardia parve divenuta il beniamino, il cucco della dinastia degli Absburgo. L'imperatore Francesco Giuseppe venne a Milano, preceduto da una completa amnistia pei prigionieri di Stato; mostrò intenzioni piene di benevolenza; regalò milioni, a beneficio di comuni, di terreni inondati, di teatri, per la costruzione del giardino pubblico a Milano, per l'erezione di un monumento a Leonardo da Vinci.

Che cosa era avvenuto? nulla, di carattere milanese. Ma s'era in questo frattempo combattuta e terminata la campagna di Crimea; s'era conchiusa la pace di Parigi; il fiero plenipotenziario austriaco aveva dovuto subire, da pari a pari, i rimproveri del plenipotenziario piemontese; e la voce mesta ed affranta, ma interamente presaga, del vecchio principe di Metternich, aveva esclamato: “il n'y a plus qu'un diplomate en Europe, mais c'est le comte de Cavour.„

L'accoglienza simpatica che l'areopago europeo aveva fatta ai reclami politici del ministro piemontese contro i governi di Napoli e di Roma urtava in pieno petto, malgrado le ipocrisie ufficiali, l'Austria dispotica in Lombardia. A Vienna sentirono che bisognava mutar tono per non precipitare le cose, e fu deciso di sostituire politica di concessioni a politica di compressioni.

Sfortunatamente — o fortunatamente — apparve ai centralisti austriaci più facile proclamare la teoria che mettersi d'accordo sull'entità e sul numero delle concessioni. I ministri che avevano accompagnato l'Imperatore a Milano, discussero lungamente il da farsi. Non mancarono di rivolgersi per consiglio a qualche notabilità cittadina, rimasta fuori dal movimento politico. E il conte Giuseppe Archinto, gran proprietario, fra i pochissimi che bazzicassero a Corte, presentò, in nome d'un gruppo di cittadini, dei quali non si seppe mai precisamente nè il numero nè la qualità, una Memoria sul nuovo ordinamento da darsi alle Provincie lombardo-venete. Questa Memoria, a cui pare abbia largamente cooperato di scritto e di consiglio Cesare Cantù, e che il re Leopoldo del Belgio aveva veduta e appoggiata, proponeva molte di quelle istituzioni autonome che settant'anni prima Pietro Verri aveva chieste all'imperatore Leopoldo, e che nel 1848, Carlo Cattaneo considerava come i capo-saldi del suo programma di riforme nazionali. Vi si dimostravano i vantaggi dello scindere amministrativamente il governo delle provincie italiane dalla centralità dell'Impero; vi si chiedevano corpi consulenti locali, e forza militare locale, e impiegati paesani, e finanza propria, con tributo determinato per le spese generali della monarchia. Si proponeva a capo di questa specie di Stato autonomo e vassallo l'arciduca Massimiliano, fratello dell'Imperatore; giovane di qualità brillanti e simpatiche, occupato in quei giorni a trovarsi una compagna della sua vita, che appunto il conte Archinto andò poco dopo come ambasciatore suo, a chiedere alla Corte di Brusselles, — la principessa Carlotta.

Di tutta questa fantasticheria di riforme, i ministri austriaci accettarono soltanto quella che in fondo lasciava le cose com'erano: la destinazione dell'arciduca Massimiliano a Governatore generale del regno Lombardo-Veneto. Il De Bruck, il Bach, lo Schmerling erano certamente liberali, ma a casa loro. Qui non sapevano spogliarsi della solidarietà cogli elementi militari, i quali persistevano a dire che la Lombardia era paese di conquista e non poteva essere trattata come i territorj nazionali. Al postutto, non avevano torto.

Fu allora che apparve sulla scena politica un gruppo di conservatori, rimasti fino allora interamente estranei alle varie oscillazioni del movimento. E si manifestò con una mossa di cui è bene indagare le origini e le ragioni; perchè valse a creare per qualche tempo una situazione nuova, e minacciò di complicare con incidenti imprevisti il programma, fino allora sterile ma immutato, della politica di resistenza.

Erano appena finite, e non interamente, le pratiche per un nuovo riordinamento delle ferrovie austro-italiche. S'era divisa la rete complessiva in due gruppi, e nel Consiglio direttivo della rete che fu poi detta dell'Alta Italia s'erano voluti introdurre, per garanzia di molti interessi, alcuni dei patrizj lombardi e veneti di maggior nome e noti per indole conservativa. Il duca di Galliera aveva proposto per la Lombardia il cognato suo, duca Lodovico Melzi d'Eril, il conte Giuseppe Archinto e il conte Renato Borromeo. Fu in tale qualità di rappresentanti il Consiglio d'Amministrazione delle Ferrovie che il Melzi e l'Archinto si recarono a ricevere l'Imperatore a Venezia. Nel colloquio che necessariamente dovettero avere, il monarca austriaco, venuto per essere famigliare, chiese a Melzi perchè i Lombardi non fossero contenti del governo che annunciava con larga amnistia le sue intenzioni rinnovatrici. Stretto dalla necessità di rispondere ad una domanda che probabilmente non aveva preveduta, il patrizio milanese affermò che di queste intenzioni i cittadini non potevano saper nulla, perchè tra essi e le autorità politiche s'era innalzata la muraglia della China. Il motto, data la qualità dei tempi e degli interlocutori, potè sembrare audace e come tale fu ripetuto nelle sale dell'alta società viennese.

Ma quando l'arciduca Massimiliano, accettata l'alta sua carica, venne a Milano ad assumere le redini del Governo, si guardò intorno per cercare su quali elementi cittadini avrebbe potuto appoggiarsi. Il colloquio di Venezia indicava naturalmente fra questi il duca Melzi; e il conte Zichy, presidente del Consiglio d'Amministrazione delle Ferrovie, sollecitò vivamente il duca ad accettare presso il nuovo Governatore del Regno un posto indipendente di fiducia, nel quale avrebbe potuto — diceva lo Zichy — essere utile al paese, rimovendo equivoci e facendosi interprete di molti bisogni.