I consiglieri intimi dell'Arciduca erano uomini rispettabili per carattere e per ingegno; il conte di Bombelles, suo amico e confidente, il conte Hadig, ungherese, di opinioni assai liberali, suo primo ajutante di campo, il barone di Kubeck, suo consigliere diplomatico, che fu poi ambasciatore a Roma presso il governo del Re d'Italia. Il conte Andrea Cittadella Vigodarzere aveva accettato d'essere gran maggiordomo dell'arciduchessa Carlotta, e il conte Pietro Bembo collaborava come segretario arciducale ai progetti di materia economica ed amministrativa, in cui era abbastanza versato.
A questo onorevole sodalizio, in cui lo si pregava di entrare, non seppe il Melzi opporre un rifiuto; e vi stette per diciotto mesi, vedendo frequentemente l'Arciduca, che gli confidava i suoi progetti o le sue speranze di riordinamento italiano.
Per verità, il fratello dell'imperatore d'Austria esponeva, circa la sua missione in Italia, concetti larghi, nei quali è dubbio ancora se avesse vera fede o semplice compiacenza. Forse era un po' dell'una e un po' dell'altra, poichè l'animo suo, naturalmente generoso ma disadatto a serie meditazioni, oscillava spesso fra l'utopia e lo scoramento. Rassomigliava in ciò grandemente al suo amico e protettore — pur troppo inefficace pochi anni dopo — l'imperatore Napoleone III.
Politicamente, appoggiava il programma della federazione, presieduta dal Papa; risalendo alle aspirazioni italiane di nove anni prima[96], ma dimenticando che da quell'epoca in poi aveva mutato il Papa, come aveva mutato l'Italia. Avrebbe aumentato dei Ducati transpadani il territorio piemontese; voleva sbarazzarsi, con una pensione, del duca di Modena; far pratiche perchè al regno Lombardo-Veneto si aggiungessero le Legazioni. Pel conte di Cavour diceva nutrire gran simpatia, e ad una signora molto intima di casa Melzi aveva detto, non esser difficile ch'egli potesse ricevere ospite festeggiato a Milano il re Vittorio Emanuele. Tanto sognava!
Amministrativamente poi, — e qui ci pare che la sua buona fede possa essere stata intera, — voleva molta autonomia, una rappresentanza del paese in due rami, con forme di elezione, un grande sviluppo d'istruzione pubblica, la polizia sottratta ad ogni ingerenza militare e data ai Comuni, le truppe austriache limitate alle due grandi fortezze, e nel resto del territorio guarnigioni italiane con ufficiali italiani.
Si capisce come un simile programma abbia potuto esercitare qualche attrazione sul piccolo gruppo di Italiani che gli si erano avvicinati e che potevano forse non avere nessuna precisa nozione delle molte probabilità che già presentava in quell'ora il programma di una intiera indipendenza, sotto monarchia nazionale e con guarentigie parlamentari. Ed è giustizia ricordare che in quei giorni l'imperatore Napoleone, quasi arbitro dell'Europa, ostentava larghissime simpatie per la persona e per la politica di Massimiliano. Sicchè ad uomini tenutisi o tenuti al bujo delle pratiche personali e quasi della cospirazione diplomatica che il Cavour conduceva coll'imperatore francese, poteva sembrare interesse vero di libertà l'accoglimento di quel largo programma riformatore che le circostanze mutavano invece in un pericolo per la formazione della patria.
E pericolosa veramente per qualche tempo sembrò al programma unitario l'attitudine assunta dall'Arciduca in Lombardia. I liberali milanesi dovettero accentuare anche con maggiore asprezza il loro contegno intransigente, involgendovi pur quelli fra i loro concittadini che ai propositi dell'Arciduca sembrassero poco o punto piegare. Il conte di Cavour non si dissimulava le difficoltà che la sua politica avrebbe potuto trovare in una transazione, anche di breve durata, fra la popolazione lombarda e il suo governo. Mandava dire al conte Giulini: “fate piuttosto mettere Milano in istato d'assedio.„ E in un colloquio importante, ch'ebbe luogo in quell'anno tra Emilio Visconti-Venosta ed Emilio Dandolo, questi espose lungamente, per espresso incarico del Cavour, le trattative avviate e le ardite risoluzioni del Piemonte e gli impegni in cui era già entrato l'imperatore Napoleone. In quel colloquio furono gettate le basi di un'intima e definitiva adesione dei liberali lombardi al programma ed alla direzione politica del conte di Cavour; accordo che andò poi sempre crescendo e che non fu inutile nè all'unità della patria nè alla fortuna politica del grande uomo di Stato.
Una dopo l'altra, venivano poi ad avere sonora eco in Milano le notizie delle altre parti d'Italia; la spedizione di Sapri, la questione diplomatica pel Cagliari, la pubblicazione del libro Toscana ed Austria, la dichiarazione del rispettato Manin, che con Garibaldi, con Pallavicino, con La Farina, innalzava la bandiera: Italia e Vittorio Emanuele. Tutto ciò rendeva Milano pensosa e decisa; sentiva essa che finalmente, e non senza merito suo, la questione austro-lombarda s'era tramutata in austro-italica; fiduciosa nella virtù nazionale, aspettava il futuro, noncurante per esso dei dolori e dei sacrificj presenti.
Ad una popolazione munita di siffatti antidoti offriva invano l'Arciduca Governatore i lenocinj della sua carezzevole amministrazione. Faceva infatti studiare progetti e miglioramenti d'ogni natura; largheggiava cogli artisti e coi letterati; dava splendidi balli.... a quelle dieci o dodici ballerine che accettavano d'intervenirvi; nella speranza d'essere grato al popolo, sfoggiava eleganze nuove di cavalli, di equipaggi, di uniformi; e il popolo, acuto e burlesco, ne storpiava il nome con un bisticcio di lontano significato: “l'arciduca Mazza-Milano.„
Mandava ogni giorno a chiedere notizie del Manzoni ammalato; sperando sopra un'occasione di visita o di colloquio, che il fiero vecchio non accordò mai. Quando cominciò a discutersi dal Crepuscolo e nei pubblici ritrovi la questione dei disastri agricoli nella Valtellina, pregò Stefano Jacini di scrivere sull'argomento; e l'opuscolo dell'egregio scrittore fu un'acerba requisitoria contro l'amministrazione austriaca in quella provincia. Volendo far qualcosa e non sapendo che fare, vi si recò di persona col Bembo e col Valmarana. Da quelle autorità municipali ottenne fredde accoglienze e vigorosi reclami. Vi lasciò del denaro, — la solita goccia d'acqua che è la panacea dei dolori, pei principi assoluti e per gli amministratori impotenti.