Senonchè queste armi benevole si rintuzzavano non solamente contro la corazza patriottica dei milanesi, ma anche contro la disdegnosa ostilità degli alti personaggi dell'Impero, militari e civili.

A Vienna si canzonavano queste velleità liberali del giovine principe. Il barone di Burger, suo luogotenente in Lombardia, gli moveva una sorda guerra e otteneva spesso dal Ministero imperiale istruzioni affatto opposte a quelle che l'Arciduca gli soleva impartire. A queste istruzioni poi l'Arciduca disubbidiva, e una sanatoria dell'augusto fratello veniva ordinariamente a por fine a simili conflitti. Ma il prestigio dell'autorità sua non ne avvantaggiava. Quando morì il maresciallo Radetzki, e il suo successore Giulay trasportò da Verona a Milano la residenza del Gran Comando militare, l'azione politica di Massimiliano ne subì effetto d'indebolimento. S'annullò quasi interamente, allorchè la nascita dell'arciduca Rodolfo diede al partito centralista dinastico un dominio indisputato nelle eccelse regioni del Governo imperiale. Fu agevole persuadere all'imperatore d'Austria che il programma di Massimiliano, non aiutato neanche da nessun principio di successo politico, metteva in pericolo quell'unità dell'Impero che ormai trovava nel nato erede un nuovo avvenire di solidità.

L'Arciduca raccolse le sue casse di studii e di progetti, e si recò a Vienna, nella speranza di vincere personalmente gli ostacoli che da lontano lo trattenevano. Fu accolto cordialmente, ma non riuscì a far discutere i suoi progetti. Lo tennero a bada, come uomo con cui fosse pericoloso inimicarsi, ma di cui fosse inutile conoscere le idee.

Fu in quell'epoca, nell'estate del 1858, che il duca Lodovico Melzi, trovandosi a Vienna, manifestò all'Arciduca la sua intenzione di partire per Parigi. Massimiliano gli diede una lettera per l'imperatore Napoleone, sulla quale fu allora almanaccato fra i giornali politici, avvezzi a credere sempre fecondo di cose grosse ogni incidente di carattere italiano.

Nel fatto, quella lettera non aveva altro obbiettivo che di cortesie e di affari privati dell'arciduca Massimiliano. Questi però aveva inspirato di sè tali diffidenze, che il Melzi parve ambasciatore pericoloso, e il plenipotenziario austriaco, barone di Hübner, colmandolo di gentilezze, seppe trovar modo che non vedesse Napoleone da solo a solo.

Escluso dunque ogni discorso politico, Napoleone invitò Melzi alle caccie di Fontainebleau, e frattanto partì per Plombières, dove ebbe luogo il famoso colloquio col conte di Cavour. Di questo colloquio, e della situazione che si stava preparando agli affari d'Italia, il patrizio milanese ne potè sapere quanto bastava a persuaderlo che le iniziative dell'arciduca Massimiliano mancavano ormai da un lato e dall'altro di ogni solida base.

Ritornato a Milano, radunò subito i suoi colleghi, e propose loro di dare le dimissioni, per non separarsi dal nuovo indirizzo che il paese seguiva con migliori probabilità di successo. Anche all'Arciduca espose rispettosamente i suoi dubbi, e lo pregò a considerare se non gli convenisse personalmente rinunciare alla sua missione in Italia, avendo perduto coll'appoggio dell'imperatore Napoleone la maggior forza su cui poteva contare per l'esplicazione del suo programma.

L'Arciduca rispose che la sua fedeltà verso l'Imperatore d'Austria gli imponeva di continuare una missione, di cui non si dissimulava l'inutilità[97]. I conti Bembo e Cittadella dichiararono che, per riguardi personali, non potevano abbandonare Massimiliano. Il duca Melzi rassegnò per conto proprio il suo incarico a Corte e si ritirò a Genova fino dopo gli avvenimenti del 1859.

Tale fu lo svolgimento e la fine di questo singolare episodio, di cui fu discorso allora e dopo, nè con perfetta conoscenza di fatti, nè con perfetta giustizia di apprezzamenti.

Fu assai rimproverata, specialmente al duca Melzi, la partecipazione a siffatte trattative. E forse si può credere che non abbia il duca interamente misurata la responsabilità impostagli dall'illustre antenato, che aveva sostenuto quarantadue anni prima così diversa politica.