È certo però che la condotta degli uomini pubblici vuol essere considerata in rapporto alle circostanze, in rapporto all'ambiente che suole determinarla.

Gli uomini che s'erano lasciati attrarre dalla soluzione politica impersonata nell'arciduca Massimiliano avevano posto in prima riga una questione di riforme liberali, laddove il momento storico dava la preferenza ad una questione di agglomeramenti nazionali. Può essere stata da parte loro mancanza di previdenza, non più. E, come già abbiamo notato, nessuna ingerenza in altre politiche, in altre speranze, probabilmente ignorate, può aggravare in questo caso la mancanza di previdenza.

Appunto è dovere di quelli, al cui programma è stata prospera la fortuna, di non ispingere più in là del bisogno di lotta la riprovazione di un programma che è stato sconfitto. Le ipotesi che valgono a salvare od a perdere una nazione son molte, e la certezza della vittoria rade volte soccorre anche i capitani più eccelsi. Ned era senza preoccupazioni il partito della resistenza intransigente, pensando all'incerta fine di una politica, che una mancanza di successo all'ultimo istante avrebbe potuto far apparire, nell'opinione delle masse oscillanti, o meno savia o meno generosa di quello che fu. Napoleone III avrebbe potuto soccombere al pugnale di un sicario, la battaglia di Magenta poteva non essere una vittoria, il conte di Cavour poteva essere assalito due anni prima dal morbo che lo spense nel 1861. Ognuna di queste cause avrebbe obbligato ad una dura sosta il programma belligero e data, di ripicco, un'auge impreveduta al programma riformativo. D'altronde, al partito conservatore, che in ogni epoca è un numero, in ogni Stato una forza, in ogni istituzione una garanzia, non poteva negarsi il diritto di esprimere, col primo spiraglio di tolleranza, le proprie idee. Le quali, a voler essere giusti, rasentavano in quell'ora piuttosto l'audacia che la timidezza riformatrice; talchè avrebbero potuto servire perfettamente di base alla ricostruzione di uno Stato liberale, se la questione dell'indipendenza non avesse di tanto soverchiato quella dell'assetto organico. Ogni partito ha modi proprj di agire, che non si possono mutare senza distruggere con essi la stessa fisonomia del partito. E nella mutabilità dei pensieri e dei casi, vien sempre l'ora in cui un partito può rendere alla patria servigi che altri non potrebbero renderle più.

Sicchè, a voler guardare dopo trent'anni, e con criterj storici, l'episodio dell'arciduca Massimiliano in Lombardia, non ci pare che la tradizione italiana debba punto arrossirne. A buon conto ha dimostrato due cose: che, nella fatale ipotesi del rovescio di una politica, v'erano pronti degli elementi per sostituirne un'altra, atta a frenare le inevitabili reazioni; e che il paese aveva una fibra così energica e un apprezzamento così sicuro delle situazioni, da tracciare direttamente esso la via a' suoi consiglieri e a' suoi duci. Nel 1848 aveva risposto al Cattaneo: piuttosto la rivoluzione che le riforme; nel 1857 rispose al Melzi, all'Archinto, al Cantù: piuttosto che le riforme, la tirannia. “Nous ne demandons pas que l'Autriche nous gouverne bien„ scriveva da Parigi il Manin “nous lui demandons qu'elle s'en aille.„ Si può oggi e si poteva allora discutere sulla maggiore o minore convenienza pratica di questo concetto; ma non si può negare che il concetto fosse alto, e che torni a grande onore dell'intelligenza e della virtù nazionale l'averlo sostenuto in così diversi periodi con tenacità così fiera.


Le ultime pagine spiccate di questo decennio di lotta s'aggirano intorno a due tombe, a due funerali.

Quando morì, sul principio del 1858, vecchio di novantun anni, il maresciallo Radetzki, alle pressioni governative perchè il Municipio milanese onorasse della sua presenza il trasporto funebre, quei magistrati, pur non eletti dai loro concittadini, ma nominati dal Governo stesso, opposero un rigido rifiuto; memori di uno schifoso decreto del 1853 che poneva a carico del tesoro municipale le corde adoperate per le impiccagioni del 6 febbrajo. E v'erano pure fra quelli uomini, tali che potevano sembrare d'indole assai temperata per avere firmato in quell'epoca l'indirizzo all'imperatore d'Austria.

Ma quando, circa un anno dopo, si sparse per Milano la notizia che il lungo morbo aveva finalmente spenta la vita di Emilio Dandolo, la città si mosse tutta per onorare nel giovane morto l'eccellenza di quegli affetti e di quegli ardori da cui i vivi si sentivano penetrare. Fu invano che la polizia, indovinando questo scoppio di patriotismo, desse istruzioni severe e scaglionasse gran forze intorno alla casa, alla chiesa di S. Babila, lungo il percorso del corteggio funereo. Forse cinquantamila persone accompagnarono al cimitero quella nobile bara, trascinando in un fiotto irresistibile le stesse guardie incaricate di fermarlo e respingerlo. Nessuna misura precauzionale della polizia potette riuscire, nessun divieto suo fu rispettato. Sul feretro, portato da giovani patrioti e da intimi della famiglia, Lodovico Mancini ardì collocare una gigantesca corona di fiori, da cui spiccavano distintissimi i tre colori nazionali, e che nessun agente di polizia potè nè trattener prima, nè ghermir poi. Al cimitero parlarono con vivaci intonazioni d'attualità politica Antonio Allievi e Gaetano Bargnani. La polizia dovette quel giorno lasciar fare e lasciar dire, perchè impotente a reprimere.

Il giorno dopo, osò più sicura. Mandò a perquisire e ad arrestare quelli che trovò, un Carcano, il dottor Signoroni, Costantino Garavaglia; si sottrassero a tempo altri, cercati, come Lodovico Trotti, i fratelli Visconti-Venosta, Allievi, Bargnani, i fratelli Mancini. Ma erano più sgomenti gli arrestatori che gli arrestati. A questi i carcerieri si raccomandavano per essere perdonati della forzata custodia; si offrivano di portar loro abiti, cibi, giornali. La potenza era già passata dal terribile impero che aveva sul luogo duecentomila bajonette, a quei giovani inermi che rappresentavano unicamente un'idea.

Ma l'idea s'inoltrava. Già l'imperatore Napoleone aveva espresso al barone di Hübner il dispiacere di non essere più d'accordo col suo Governo; già il re Vittorio Emanuele aveva fatto echeggiare l'aula del Parlamento di quel maschio “grido di dolore„ che scosse dal sommo all'imo tutta l'atmosfera italiana. Contro queste due frasi l'Austria inviava cannoni e squadroni di cavalleria e truppe croate e boeme, che avrebbero voluto incutere terrore, e che i milanesi accoglievano con battimani, perchè dinotavano l'irrevocabilità della guerra. E la guerra si dichiarava proprio a voce alta nel teatro alla Scala, dove ogni sera al famoso coro della Norma il pubblico della platea e dei palchi si univa fremente d'entusiasmi, e a cui rispondevano irritati gli ufficiali austriaci stipati nelle sedie chiuse, gesticolando minacciosi ed estraendo a mezzo le sciabole dai foderi[98]. Nè queste erano guerre che si sarebbero fermate alle strida; poichè ogni sera ed ogni mattina i giovani schiamazzatori partivano solitarj o a drappelli, traversando, dove potevano e come potevano, il Po o il Ticino o il Lago Maggiore, per inscriversi nelle file dell'esercito sardo, o fra i volontarj di Garibaldi, o nelle scuole di Pinerolo e d'Ivrea.